Il tax credit del cinema cambia volto, tra tagli lineari e il caso del docufilm su Regeni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La delicata quadratura del cerchio, quella che prova a conciliare risorse pubbliche in calo con le esigenze di un’industria creativa che vale milioni di euro, ha partorito una svolta epocale per il sistema di incentivazione fiscale italiano. Il tax credit per cinema e audiovisivo, che per anni ha funzionato come un salvagente pressoché illimitato per i produttori, si trasforma in un modello a budget chiuso; una rivoluzione silenziosa ma destinata a ridisegnare le strategie produttive della penisola, dato che lo schema di decreto interministeriale (Mic-Mef) visionato dal Sole 24 Ore segna il definitivo addio al meccanismo dello "splafonamento". Non si tratta di una semplice manutenzione ordinaria, bensì di una risposta obbligata ai nuovi vincoli imposti dalla legge di Bilancio, che ha ridotto la dotazione del Fondo Cinema a 610 milioni per il 2026, rischiando di creare un imbuto mortale per le lavoratrici e i lavoratori del settore.

La stretta sulle aliquote e i nuovi tetti di spesa

La manovra del governo, che si prepara a firmare il provvedimento dopo l’iter burocratico con Mef e Mimit, agisce su due leve principali per contenere l’emorragia di risorse. Da un lato, le aliquote subiscono un taglio orizzontale e significativo: per i film, il credito scende dal 40% al 30% per i produttori indipendenti e addirittura al 20% per i non indipendenti; analogo destino per le opere televisive e web, dove la base cala dal 25% al 20%. Dall’altro lato, per evitare che pochi grandi gruppi (spesso stranieri) assorbissero la fetta maggiore della torta, vengono introdotti dei massimali rigidi: nessuna impresa potrà superare i 7 milioni di euro per il cinema e i 15 milioni per il settore tv, mentre il credito massimo per una singola opera cinematografica scende drasticamente da 9 a 4 milioni. Questa stretta, sebbene sostenuta da associazioni come Anica e Apa che hanno "appreso con soddisfazione" la rapidità dell’intervento, nasconde il timore di una paralisi per le produzioni medio-piccole, quelle che faticano a trovare coperture bancarie senza la certezza del sostegno pubblico.

La bufera politica sulle commissioni: il caso del film su Regeni

Mentre i tecnici limano i numeri del tax credit, però, un’altra bufera si abbatte sulla trasparenza delle scelte culturali del Ministero, quella relativa ai contributi selettivi assegnati (o negati) dalle commissioni ministeriali. L’opposizione e le associazioni degli autori (100autori, Anac, Wgi) sono insorte dopo la pubblicazione delle graduatorie relative alla prima sessione del 2026, segnalando quello che appare come un vero e proprio "buco nero" ideologico. Tra i progetti esclusi dai finanziamenti, spicca infatti il documentario "Giulio Regeni - Tutto il male del mondo" di Simone Manetti, un’opera che la critica aveva ampiamente riconosciuto per il suo alto valore testimoniale e la sua funzione di memoria pubblica. Una esclusione, questa, definita dal Coordinamento degli autori "difficile da comprendere e particolarmente penalizzante", che ha riacceso i riflettori sulla composizione delle commissioni, ritenute da più parti non all’altezza della complessità dei linguaggi contemporanei o, peggio, accusate di operare una censura strisciante in base a criteri politici.

Il cinema "di destra" e il caso del film su D’Annunzio

A complicare ulteriormente il quadro, contribuendo a quella che molti addetti ai lavori definiscono già l’era del "cinema delle fettuccine", arriva la controprogrammazione del governo in carica. Per capire l’aria che tira, basterà fare un salto alla Camera dei deputati, dove viene proiettato "Alla festa della rivoluzione", il film che esalta l’impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio. L’iniziativa, patrocinata dal presidente della Camera e fortemente voluta da Federico Mollicone, rappresenta agli occhi degli osservatori l’emblema di una narrazione opposta rispetto ai temi del garantismo e dei diritti civili. Se da un lato vengono bocciati progetti legati alla memoria di vittime dello Stato (come Regeni), dall’altro trovano facile accesso ai fondi pubblici biopic su personaggi della musica leggera (Gigi D’Alessio) o storie surreali legate a imprenditori della pasta, in un tripudio di quello che il centrosinistra definisce "clientelismo culturale" mascherato da sostegno all’industria.

Le nuove regole sulla trasparenza e il reinvestimento obbligato

Nonostante le polemiche politiche, il quadro normativo del tax credit si fa più severo anche sul piano della rendicontazione, un tentativo di arginare le frodi che avevano minato la credibilità del sistema. Il nuovo decreto, frutto di un’interlocuzione tra il ministro Giuli e il sottosegretario Lucia Borgonzoni, introduce l’obbligo per i beneficiari di reinvestire entro cinque anni una quota dei proventi in "opere difficili" – un’etichetta che comprende documentari, cortometraggi, e film di giovani autori con budget inferiori ai 3,5 milioni di euro – pena l’esclusione quinquennale dal credito d’imposta. Inoltre, per arginare le truffe sui costi (celebre il caso dei film fantasma finiti anche in inchieste di cronaca nera), le fatture superiori ai mille euro dovranno riportare obbligatoriamente il titolo dell’opera a cui si riferiscono, rendendo molto più complicata la proliferazione di quei costi gonfiati che avevano caratterizzato gli anni precedenti.

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