Il decreto Primo maggio passa alla Camera tra fiducia e polemiche sul “salario giusto”
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Redazione Interno
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L’Aula di Montecitorio ha incassato la fiducia sul decreto legge n. 62 del 30 aprile 2026 – quello che il governo ha ribattezzato “Primo maggio” per celebrare, a suo dire, le tutele dei lavoratori – blindando il provvedimento che ora passa all’esame del Senato dove dovrà essere convertito entro il 29 giugno.
Il sì di 137 deputati (73 i contrari e due astenuti) non ha però placato gli animi, anzi: mentre la maggioranza esulta per aver chiuso il primo passaggio parlamentare, le opposizioni e gli stessi sindacati confederali restano spaccati di fronte a un testo che modifica profondamente il concetto di retribuzione, legandolo al cosiddetto Trattamento economico complessivo (Tec).
Una formula, quest’ultima, che include non solo lo stipendio base e le mensilità aggiuntive, ma anche le indennità di welfare aziendale e i benefit detassati; una scelta che rischia, secondo i critici, di legittimare proprio quei contratti “pirata” che la presidente del Consiglio aveva promesso di estirpare.
L’affondo del Movimento 5 Stelle: “Una truffa semantica che istituzionalizza il dumping”
Se c’è una voce che si è levata con particolare durezza tra i banchi dell’opposizione, quella è del deputato pentastellato Riccardo Tucci (membro della commissione Lavoro) il quale, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Notizia, ha definito l’intero impianto normativo come una “truffa semantica”.
Il parlamentare ha sottolineato – e lo ha fatto con cifre alla mano, citando i dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio – come il decreto non solo non preveda un solo euro aggiuntivo in busta paga per i lavoratori, ma operi al contempo tagli significativi alle risorse che erano state destinate alla proroga degli incentivi previsti dalla precedente versione del testo.
Secondo Tucci, l’aver incluso nel “salario giusto” voci come le assicurazioni sanitarie o i buoni pasto (prestazioni che non possono essere spese per bollette o affitto) stravolge il senso della retribuzione, creando un paradosso pericoloso: un’azienda potrebbe ridurre il reddito lordo del dipendente – abbassando di conseguenza contributi, Tfr e futura pensione – compensando con benefit detassati, e il decreto considererebbe comunque equo quel trattamento.
Più netta ancora la denuncia del M5S sulla mancata messa al bando dei contratti “pirata”. Nonostante fosse stata una promessa elettorale del centrodestra, il testo approvato stabilisce che è sufficiente che il Tec di un contratto minore sia “equivalente” a quello dei contratti leader (quelli firmati da Cgil, Cisl e Uil) per essere considerato valido, aprendo la strada – nelle parole di Tucci – alla “istituzionalizzazione per legge del dumping salariale”.
Una critica, questa, che trova eco anche nelle parole del segretario della Cgil, Maurizio Landini, il quale aveva già bollato la misura come “propaganda” durante le manifestazioni del Primo maggio a Marghera, ricordando che sono 960 i milioni stanziati per le imprese, ma zero gli euro che finiscono direttamente nelle tasche di chi lavora.
La destra riabilita il “salva imprese” e la spaccatura dei sindacati
Mentre i riflettori erano puntati sul concetto di salario giusto, Fratelli d’Italia ha approfittato della discussione per riportare in agenda – con un ordine del giorno approvato dall’esecutivo – il vecchio meccanismo del “salva imprese” già contenuto nell’emendamento Pogliese.
Questa norma (che era stata accantonata mesi fa nel decreto Ilva a causa delle proteste, salvo poi riapparire) interviene sulla disciplina dei crediti da lavoro, limitando di fatto la possibilità per i dipendenti di ottenere gli arretrati salariali anche quando un giudice stabilisce che la paga percepita era troppo bassa. Una mossa che, secondo i legali dei sindacati, azzera di fatto il diritto al recupero delle differenze retributive per il periodo precedente il ricorso, blindando le aziende che applicano contratti scadenti contro eventuali sentenze di condanna.
A rendere il quadro ancora più frammentato è la posizione delle tre grandi sigle sindacali: se la Cgil ha tenuto una linea di rottura, Cisl e Uil hanno invece salutato il provvedimento come un “passo avanti”, seppur con distinguo.
Il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, ha apprezzato il fatto che l’accesso ai bonus per le assunzioni (donne, giovani e Sud) sia stato condizionato al rispetto dei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative; mentre la leader della Cisl, Daniela Fumarola, pur giudicando “esiguo” l’adeguamento al 50% dell’inflazione che scatterà dopo nove mesi dalla scadenza contrattuale (con esclusioni pesanti per turismo e sanità privata), ha riconosciuto il valore del principio.
Una spaccatura, quella tra i sindacati, che riflette la complessità di un decreto che prova a cavalcare più lupi contemporaneamente: accontentare Confindustria (che ha ottenuto il legame tra bonus e applicazione dei propri contratti), arginare le spinte leghiste verso i sindacati minori come Ugl e Cisal, e presentarsi al Paese come la soluzione al lavoro povero.
Caporalato digitale, rider e la lunga scia degli emendamenti
Non solo salari, però. Il decreto legge si spinge anche a disciplinare per la prima volta in modo organico il fenomeno del “caporalato digitale”, quella piaga che vede manodopera reclutata illecitamente tramite app e gruppi social, spesso in agricoltura o nelle consegne a domicilio.
Per i rider, in particolare, viene introdotta una presunzione di subordinazione piuttosto forte: se gli algoritmi della piattaforma (o altri sistemi decisionali automatizzati) lasciano emergere fatti che indicano l’esistenza di poteri di direzione e controllo sul fattorino, il rapporto si presume di lavoro dipendente, salvo prova contraria da parte dell’azienda.
Un’arma, questa, che i legali dei lavoratori potranno usare in giudizio per contrastare le false partite Iva nel settore delle consegne, sebbene i critici facciano notare che l’onere della prova rimanga comunque difficile da assolvere per il singolo rider.
Nell’intricato valzer degli emendamenti approvati prima del voto di fiducia (il testo è passato da 19 a 30 articoli), spiccano poi le modifiche agli incentivi. Il governo ha confermato un maxi-pacchetto da quasi un miliardo per agevolare l’occupazione: si va dall’esonero totale per l’assunzione di donne svantaggiate (fino a 650 euro al mese per 24 mesi, cifra che sale a 800 nella Zes unica del Mezzogiorno) al bonus under 35 con massimali che toccano i 500 euro.
Tuttavia, l’accesso a tutti questi benefici è appunto condizionato all’applicazione del “salario giusto” come definito dal decreto: un meccanismo di leva fiscale che, secondo il governo, spingerà le aziende verso la contrattazione di qualità, ma che – secondo le opposizioni – rischia di escludere proprio i lavoratori più fragili, assunti da piccole realtà che faticano già a stare dietro ai costi. Il testo è ora al vaglio di Palazzo Madama, dove si preannuncia un’altra battaglia giuridica prima della scadenza del 29 giugno.




