Garlasco, la difesa di Stasi chiede nuovi accertamenti sulle impronte del dispenser
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
A Garlasco, la nuova fase dell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi riaccende i riflettori sulle impronte digitali rilevate sul dispenser del sapone nella villetta di via Pascoli, dove la 26enne fu uccisa il 13 agosto 2007. A distanza di quasi vent’anni, la difesa di Alberto Stasi sollecita nuovi accertamenti sulle tracce individuate sul contenitore, alcune delle quali, secondo i consulenti, potrebbero essere ancora utili per ulteriori confronti dattiloscopici.
La memoria difensiva e i nove contatti sul reperto
La richiesta è contenuta in una memoria depositata nell’agosto 2025 dagli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, tra gli atti della chiusura indagine sul nuovo indagato Andrea Sempio. Secondo i legali, le impronte ritenute dal Ris di Parma non utili ad alcuna comparazione non venivano riportate né elencate nella relazione dattiloscopica, e senza le fotografie scattate sul reperto non ci si era mai accorti che la situazione fosse differente da quella prospettata dall’accusa.
Nel 2017, nell’ambito di una richiesta di revisione, la difesa ottenne dal Ris le immagini a colori del dispenser e dei rilievi. Su quelle fotografie il tecnico Oscar Ghizzoni individuò nove contatti nella porzione dell’applicatore immortalata nel 2007: almeno tre, secondo la relazione, sarebbero stati utili per un confronto, ma all’epoca ne furono utilizzati soltanto due.
Il significato attribuito al reperto nella condanna
Il dispenser era già entrato nella ricostruzione accusatoria contro Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni. Sul reperto erano state individuate due impronte attribuite all’ex bocconiano, interpretate come la traccia lasciata nel momento in cui avrebbe riposizionato l’erogatore dopo essersi lavato le mani. Un elemento che, nonostante l’assenza di sangue nel sifone e la presenza di capelli a indicare un lavabo non ripulito, divenne un indizio nella sentenza.
Ghizzoni, che nel 2017 svolse le analisi sul portasapone su incarico dei legali di Stasi, insiste su un dettaglio: le colature di sapone derivavano dal normale uso del dispenser e dimostravano che l’oggetto non era stato lavato. «Le colature e la presenza di altre impronte dimostravano con certezza che il dispenser non era stato lavato e smontavano la tesi dell’accusa, poi accolta nella sentenza di condanna, secondo la quale l’autore del delitto si era lavato le mani insanguinate nel lavandino», ha dichiarato il consulente.
Le tre ore sotto esame e l’ipotesi dello scambio di provette
Parallelamente al filone sulle impronte, le nuove indagini si concentrano su tre ore di analisi che, il 19 settembre 2007, trasformarono un profilo genetico parziale e non attribuibile in una corrispondenza con il Dna di Chiara Poggi. Tra le 15.34 e le 18.37 cambiò il risultato degli accertamenti sui pedali della bicicletta di Stasi. I pubblici ministeri di Pavia ipotizzano che, durante le operazioni di laboratorio, possa essersi verificato uno scambio di provette con il Dna ricavato dal cucchiaino della colazione della vittima.
Quel risultato positivo, che portò al fermo di Stasi e alla sua scarcerazione dopo quattro giorni, era in contrasto con due esiti nulli ottenuti il giorno successivo e mai messi a disposizione delle parti.
Il cucchiaino e il campione di confronto
Il 10 settembre scorso il tenente colonnello Alberto Marino del Ris è stato sentito dai pm Stefano Civardi e Valentina De Stefano. L’ufficiale ha sostenuto che «non ci fosse un campione di confronto acquisito ad hoc» e che per comparare il profilo della vittima fu utilizzato il cucchiaino rinvenuto accanto ai cereali nel salotto della sala tv.
Il procuratore aggiunto Civardi ha chiesto perché non fosse stato usato il Dna prelevato in sede di esame autoptico, ma in un verbale del 4 settembre 2007, firmato proprio da Marino, si parla di «prelievo dal sangue della vittima quale campione biologico di confronto». Un’altra circostanza riguarda il generale Luciano Garofano, allora comandante dei Ris di Parma: le sue richieste di partecipare come osservatore ai sopralluoghi nella villetta del 5 e del 12 settembre 2007 ricevettero un rifiuto dalla pm di Vigevano Rosa Muscio.
Il secondo profilo genetico e le posizioni di Sempio
Un terzo fronte dell’indagine riguarda il cosiddetto «ignoto 2», un profilo maschile individuato sul quarto dito della mano sinistra di Chiara e mai identificato, distinto sia dal profilo principale dell’indagine sia da altri due profili ritenuti riconducibili a Sempio. I pm vogliono escludere che quei risultati siano frutto di una contaminazione avvenuta durante le analisi del 4 settembre 2007, quando vennero esaminati i frammenti delle unghie: il Ris di Parma sta verificando chi fosse presente e confrontando i profili con quelli del personale coinvolto.
Intanto Andrea Sempio, indagato dalla Procura di Pavia per lo stesso delitto, ha dichiarato a Porta a Porta di non credere a un errore giudiziario: «Secondo me la condanna è giusta. Ci sono cose che non mi convincono nel racconto alternativo che vedrebbe Stasi innocente». La difesa di Stasi, dal canto suo, ha precisato per bocca dell’avvocato Bocellari che il focus della richiesta di revisione è il proprio assistito e che Sempio non viene menzionato.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
