Can Yaman: «Per Sandokan ho perso 10 chili, ero intrappolato sott'acqua»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’attore turco, ormai fenomeno globale capace di muovere folle e paralizzare il traffico delle città che visita, si prepara a calarsi nei panni di uno dei personaggi più iconici della letteratura d’avventura. La nuova serie su Sandokan, la cui lavorazione è stata segnata da diverse interruzioni e rinvii che ne hanno ritardato l’arrivo sul piccolo schermo, approderà finalmente su Rai1 da lunedì 1° dicembre, in prima serata, con i suoi otto episodi. Can Yaman, che a soli trentasei anni ha già alle spalle una carriera internazionale e ha scelto di non percorrere altre strade, come quella sportiva o legale, ha subito chiarito la natura del progetto: non si tratta di un remake della storica versione che aveva per protagonista Kabir Bedi, bensì di un’opera del tutto nuova, che vuole distaccarsi da quel modello per proporre una lettura inedita della Tigre di Mompracem.
La trasformazione fisica ed emotiva per il ruolo
L’impegno richiesto per interpretare l’eroe nato dalla penna di Emilio Salgari è stato notevole, sia sul piano fisico che su quello emotivo. «Ho perso più di 10 chili in un mese, non mangiavo quasi nulla, seguivo il digiuno intermittente», ha rivelato l’interprete, sottolineando come la preparazione abbia comportato uno sforzo notevole e una disciplina ferrea. Oltre alla metamorfosi del Corpo, necessaria per rendere al meglio l’agilità del combattente, Yaman ha lavorato per interiorizzare l’anima del personaggio, descritto come «un combattente ma con il sorriso, un eroe umano che non uccide se non serve», cercando di modulare il proprio approccio per restituire una figura complessa, lontana dagli stereotipi dell’uomo d’azione privo di spessore.
Le difficoltà sul set e l’identità dell’attore
Le riprese, come spesso accade per produzioni di tale ambizione, non sono state esenti da momenti critici e situazioni di pericolo, che hanno messo alla prova la resistenza fisica e psicologica del cast. Uno di questi, in particolare, è rimasto impresso nella memoria di Yaman, il quale ha rievocato un episodio in cui si è sentito in grave difficoltà: «Sono rimasto intrappolato sott'acqua e non sapevo come liberarmi», ha confessato, offrendo uno spaccato delle insidie che si celano dietro la finzione scenica. Questa esperienza, sebbene traumatica, rientra in quel percorso di dedizione assoluta che l’attore ha scelto di intraprendere, consapevole che la popolarità, iniziata «grazie alla mia faccia», richieda poi una sostanza ben più profonda per durare nel tempo.
Un eroe moderno e una carriera in evoluzione
Definirsi un “maschio alfa” non gli appartiene; preferisce piuttosto descriversi come un “maschio sigma”, una categoria che, secondo la sua visione, indica qualcuno che opera in modo più indipendente e riflessivo, lontano dalle gerarchie tradizionali. Questa dichiarazione, rilasciata nelle pagine di Vanity Fair, non è una semplice questione di etichette, ma rivela un’attitudine esistenziale che influenza anche la sua recitazione. La sua ascesa nel firmamento dello spettacolo, che lo ha portato a essere un volto noto in Europa e oltre, si fonda dunque su una combinazione di carisma innato e su una consapevolezza maturata, quella di non doversi fidare ciecamente della bellezza, ma di dover costruire, episodio dopo episodio, una credibilità artistica solida.




