Milano, il sabato della «remigrazione» tra cortei e scontri di piazza
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Redazione Interno
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«Remigrazione». Una parola che, in un sabato milanese denso di tensioni e manifestazioni, è diventata il centro nevralgico di uno scontro politico e sociale destinato a lasciare il segno. Non abbiate paura di dirlo: «Remigrazione!», aveva esortato Mario Giordano, e quell’appello – raccolto da migliaia di persone – ha trasformato il centro del capoluogo lombardo in un teatro di rivendicazioni opposte. Da un lato, i «patrioti europei» riuniti nel cosiddetto Remigration summit, con il leader della Lega Matteo Salvini a fare da trait d’union tra sovranismi di diverse latitudini; dall’altro, una coalizione eterogenea che spazia dai centri sociali fino alle associazioni del terzo settore, passando per i partiti di sinistra come Rifondazione comunista e Avs, schierati a difesa di un modello di accoglienza diametralmente opposto.
Tre cortei, nel pomeriggio, hanno attraversato la città più multietnica d’Italia. E non è un caso che proprio qui, dove le statistiche raccontano una convivenza spesso difficile, il termine «remigrazione» – che per alcuni è una soluzione, per altri una minaccia – abbia spaccato l’opinione pubblica senza mezzi termini. I sostenitori della Lega, scesi in piazza Duomo con lo slogan «padroni a casa nostra», hanno portato con sé un’idea chiara: contrastare quella che descrivono come un’invasione quotidiana. Religiosi musulmani che, stando alle loro denunce, predicherebbero matrimoni a 9 anni; africani «fuori di testa» che assederebbero interi quartieri; giovani magrebini intenti a spacciare e delinquere, talvolta persino davanti ai preti. Sono questi, per i manifestanti, i fatti che dovrebbero spaventare, non la parola che indica la soluzione.
Le schermaglie politiche e la posizione del gruppo parlamentare
Non tutto, però, è apparso monolitico nel fronte leghista. Riccardo Molinari, capogruppo del Carroccio alla Camera, ha infatti precisato – con una frase incidentale che ha fatto rumore – che la remigrazione «non è un tema all’ordine del giorno». Una dichiarazione che sembra voler smorzare i toni, o quantomeno ridimensionare l’urgenza operativa di una proposta che in piazza viene invece urlata senza riserve. Oggi, ha spiegato Molinari, la Lega chiederà all’Europa di comprare il gas russo: «Non siamo amici di Putin, ma pragmatici». Un messaggio che, di fatto, sposta il baricentro della protesta dalla sola questione migratoria a una critica più ampia delle politiche comunitarie, inclusi i vincoli di bilancio e le sanzioni alla Russia.
L’intervista a Simona Loizzo: «Un’Europa che difenda Stati, famiglie e imprese»
A chiarire ulteriormente gli obiettivi politici della mobilitazione ci ha pensato l’onorevole Simona Loizzo, intervistata in merito agli scopi del Remigration summit. «Serve un’Europa che difenda Stati, famiglie e imprese», ha dichiarato, sottolineando come il Mezzogiorno – spesso dimenticato nei dibattiti nazionali – meriti un’attenzione particolare in questa nuova fase. La manifestazione, che riunisce movimenti e partiti europei, rilancia temi cardine quali la sovranità nazionale, il controllo dei flussi migratori e la revisione delle regole fiscali europee. Da qui l’invito agli alleati di governo – e agli stessi cittadini – a non farsi intimidire dalle critiche definite «inopportune» da Molinari, ma a rivendicare con forza un’identità politica chiara e distante da ogni tentazione filo-russa.
La contro-mobilitazione e il clima di tensione a Milano
Dall’altra parte della barricata, il fronte antifascista e progressista ha risposto presente con un corteo altrettanto nutrito. I manifestanti di sinistra, scesi in strada con le bandiere di Rifondazione e di Avs, hanno contestato punto su punto la narrazione della Lega, definendo la «remigrazione» una parola violenta, figlia di un razzismo di stato che non ha mai portato a nulla di buono nella storia europea. Tra le vie del centro, presidiate da un imponente dispositivo di ordine pubblico, i due schieramenti si sono sfidati a colpi di slogan e striscioni, senza che – almeno per il momento – si registrassero episodi gravi di cronaca nera. Resta però sullo sfondo la cronaca giudiziaria di altre manifestazioni simili, con inchieste ancora aperte su presunte istigazioni all’odio e su comportamenti al limite della legalità da parte di alcuni esponenti dell’estrema destra europea. Milano, insomma, ha vissuto un sabato di fuoco verbale e politico, dove la parola «remigrazione» ha funzionato come un detonatore: capace di far emergere paure profonde, ma anche di mobilitare chi quelle paure le considera il carburante di una democrazia da difendere a ogni costo.




