Uno Bianca, la nuova pista del pedinamento: "Quel carabiniere mi seguì dopo la strage"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’inchiesta sulla banda della Uno Bianca non si ferma al tempo e ai processi già celebrati, anzi: a distanza di trentacinque anni esatti da uno dei delitti più feroci messi a segno dalla formazione criminale, riaffiora una traccia inedita che intreccia pedinamenti non autorizzati, servizi segreti e la figura di un carabiniere oggi in pensione.

La nuova pista, emersa in queste settimane, prende le mosse dalla strage dell’armeria di via Volturno, a Bologna, dove il 2 maggio 1991 persero la vita Pietro Capolungo e Licia Ansaloni, e si sviluppa attraverso la testimonianza di un uomo che sostiene di essere stato seguito nei giorni immediatamente successivi al duplice omicidio da due persone a bordo di una Fiat Tipo color amaranto. Una delle due, racconta il teste con sicurezza, sarebbe un militare dell’Arma dei carabinieri, che egli afferma di aver riconosciuto senza alcuna esitazione.

La vicenda, che per decenni è rimasta confinata nei fascicoli di un passato giudiziario ancora denso di zone d’ombra, torna ora al centro dell’attenzione grazie al lavoro dei pm Lucia Russo e Andrea De Feis, cui è stata affidata la nuova inchiesta nata dall’esposto presentato dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, legali dell’associazione che riunisce i familiari delle vittime della banda.

Sono loro, gli investigatori della procura, a dover fare luce su quanto riferito dal testimone, un uomo che non ha esitato a indicare il nome del carabiniere, allora in servizio attivo, come colui che lo pedinò di nascosto in quei giorni caldissimi di maggio, quando il terrore per gli attentati della Uno Bianca era ancora palpabile tra le vie del centro bolognese e l’intera regione viveva nel timore di un nuovo colpo.

Il riconoscimento del carabiniere e il secondo uomo senza volto

Secondo quanto ricostruito finora, il testimone sarebbe stato avvicinato o comunque seguito dai due individui a bordo della vettura amaranto in un arco temporale compreso tra il duplice omicidio all’armeria e i primi accertamenti delle forze dell’ordine, che all’epoca furono condotti prevalentemente dalla polizia.

Proprio questo aspetto, il fatto che le indagini ufficiali fossero in mano alla polizia di Stato, rende ancora più anomalo il pedinamento messo in atto da un carabiniere, il quale – se le parole del teste corrispondessero al vero – avrebbe agito al di fuori di qualsiasi incarico istituzionale e senza che ne fosse data comunicazione agli inquirenti titolari del fascicolo.

Il testimone, nel corso dei primi riscontri con i magistrati, ha ribadito con forza: "È lui, l’ho riconosciuto", riferendosi al militare dell’Arma, e ha aggiunto che il carabiniere non era solo, bensì accompagnato da un secondo soggetto di cui però non è stata possibile, sino a oggi, l’identificazione.

I pm Russo e De Feis stanno quindi cercando di dare un nome, un cognome e un volto a questo complice rimasto nell’ombra, setacciando le vecchie carte d’archivio: milioni di documenti, verbali, fotografie e segnalazioni che furono raccolte a partire dal 1991, quando gli uomini della banda – i fratelli Savi e i loro complici – seminavano il panico tra l’Emilia-Romagna e le Marche con rapine, omicidi e agguati che lasciarono sul terreno ventitré vittime e oltre cento feriti.

Un lavoro certosino, quello degli inquirenti, che mira a verificare se tra le migliaia di nomi e volti censiti all’epoca possa emergere una corrispondenza con l’uomo che il testimone dice di aver visto accanto al carabiniere, e se quel pedinamento parallelo possa avere un qualche collegamento con i depistaggi o con le presunte infiltrazioni dei servizi segreti nella vicenda.

La strage di via Volturno e le zone d’ombra mai chiarite

Il riferimento alla strage dell’armeria non è casuale, perché fu proprio quel duplice omicidio – Pietro Capolungo, titolare del negozio, e Licia Ansaloni, cliente occasionale – a segnare un passaggio cruciale nella spirale di violenza della Uno Bianca, che dal 1987 al 1994 tenne in scacco le forze dell’ordine con una ferocia e una pianificazione militare che ancora oggi lasciano sconcertati gli studiosi di criminalità organizzata.

L’irruzione nell’armeria di via Volturno, avvenuta in pieno giorno, rappresentò un salto di qualità nelle modalità operative della banda, eppure, nonostante le numerose testimonianze raccolte e i diversi identikit diffusi all’epoca, molti dettagli restarono oscuri: telefonate inquietanti giunte ai familiari delle vittime, segnalazioni non approfondite, e una sensazione diffusa, tra gli investigatori stessi, che qualcosa non tornasse nel quadro probatorio che portò poi alla cattura dei responsabili.

La nuova pista del pedinamento, se avvalorata da riscontri oggettivi, potrebbe gettare una luce diversa su quelle zone d’ombra, magari rivelando l’esistenza di un doppio binario investigativo parallelo a quello ufficiale, o peggio, di un tentativo di depistaggio messo in atto da qualcuno che, all’interno delle stesse istituzioni, aveva interesse a deviare le indagini. Per questo i magistrati hanno già deciso di ascoltare formalmente il carabiniere indicato dal testimone, che al momento risulta in pensione, per chiedergli conto di quei giorni e di quella Fiat Tipo color amaranto, della quale il teste fornisce una

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