Bruxelles promuove il modello Albania: "Protocollo in linea con le regole Ue"
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Redazione Esteri
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La lunga battaglia legale e politica che ha accompagnato il protocollo tra Italia e Albania per la gestione dei flussi migratori, segnata da pronunce contrastanti della magistratura e da aspri scontri tra il governo e le opposizioni, sembra aver trovato un verdetto chiaro a Bruxelles. La Commissione europea, intervenendo nel dibattito attraverso il portavoce per gli Affari interni Markus Lammert, ha infatti promosso l’impianto del provvedimento voluto dall’esecutivo di Giorgia Meloni, dichiarando che il nuovo decreto, che trasforma uno dei centri in Albania in un centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), è "in linea di principio conforme al diritto dell'Unione Europea". Una presa di posizione, quella dell’esecutivo comunitario, che arriva come una doccia fredda sulle narrative delle forze progressiste italiane ed europee, le quali per mesi avevano denunciato una presunta violazione sistematica delle normative comunitarie da parte di Roma.
Il giudizio di Bruxelles, per quanto tecnico e circoscritto all’attuale formulazione del decreto, si inserisce in un quadro normativo in rapida evoluzione. Solo pochi giorni prima della dichiarazione di Lammert, era stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Ue il regolamento 2026/463, che istituisce una lista comune di Paesi di origine sicuri, un tassello fondamentale del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. L’elenco, che include nazioni come Bangladesh, Egitto, Tunisia e Colombia, è destinato ad armonizzare le procedure accelerate di frontiera, rendendo di fatto più agevole per Stati membri come l’Italia il rimpatrio di chi proviene da quei Paesi e vede respinta la propria domanda d’asilo. È proprio su questo crinale, quello della designazione dei Paesi sicuri, che si erano arenati i primi tentativi di utilizzo dei centri albanesi: i tribunali italiani, non convalidando i trattenimenti, avevano di fatto sollevato un nodo interpretativo che oggi, con la nuova regolamentazione europea e il via libera politico della Commissione, il governo spera di aver definitivamente sciolto.
Una delegazione di Forza Italia in visita: "Centri ordinati e assolutamente civili"
Mentre a Bruxelles si consumava lo scontro politico-giudiziario, una delegazione di parlamentari di Forza Italia, partito di maggioranza, ha voluto verificare con i propri occhi lo stato delle strutture realizzate in territorio albanese. La visita ai centri di Shengjin e Gjader, gestiti interamente da personale italiano e sotto giurisdizione italiana, ha restituito, secondo i rappresentanti azzurri, un'immagine diametralmente opposta a quella descritta dalle organizzazioni non governative e da una certa stampa internazionale. “Sono centri ordinati, gestiti con criteri di assoluta civiltà e nel pieno rispetto della dignità delle persone”, hanno dichiarato i deputati al termine del sopralluogo, sottolineando come le strutture, lungi dall'essere dei “lager” o dei “luoghi di detenzione disumana”, siano invece perfettamente funzionali e rispondenti agli standard europei in materia di accoglienza.
Queste dichiarazioni, rese pubbliche in un clima politico rovente, hanno immediatamente innescato la reazione stizzita delle opposizioni, che da tempo denunciano i costi elevatissimi dell'operazione – si parla di oltre 650 milioni di euro in cinque anni – a fronte di un numero esiguo di migranti effettivamente trasferiti. Tuttavia, la narrazione del centrodestra punta a ribaltare la prospettiva: non un buco nell'acqua, ma un investimento strategico che, grazie alla nuova intesa con Bruxelles e alla conversione di parte dei centri in Cpr, potrà finalmente entrare a regime, alleggerendo la pressione sul sistema di accoglienza italiano e rendendo più efficaci i rimpatri. Una posizione, questa, che trova una sponda significativa in alcuni partner europei, come dimostra l'interesse del Regno Unito per il cosiddetto “modello Albania”, una soluzione che Londra vorrebbe replicare per arginare gli arrivi attraverso la Manica.
La smentita della sinistra e la nuova partita giudiziaria europea
L’endorsement della Commissione, per quanto netto, non ha spento le polemiche, anzi. Le parole del portavoce Lammert sono state accolte da Fratelli d'Italia come la prova provata che “il castello di carte costruito dalla sinistra” fosse privo di fondamenta giuridiche. “La propaganda è stata smentita”, hanno tuonato esponenti del partito di maggioranza, riferendosi in particolare alle critiche provenienti dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, che avevano puntato il dito contro il governo accusandolo di voler creare una “Guantanamo italiana” in barba alle regole europee. La deputata di FdI Sara Kelany, in una nota, ha chiesto conto alle opposizioni e a figure come la magistrata Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica, delle loro precedenti dichiarazioni, in cui si paventava l'illegittimità dell'intero protocollo con Tirana.
Eppure, se dal punto di vista politico la dichiarazione di Bruxelles rappresenta un assist per l'esecutivo, sul fronte giudiziario la partita è ben lungi dall'essere chiusa. La Corte d'appello di Roma, con un'ordinanza di fine ottobre, ha infatti sollevato un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell'Unione europea, chiedendo ai giudici di Lussemburgo di pronunciarsi sulla possibilità stessa di delocalizzare le procedure di asilo e trattenimento in un Paese extra-Ue come l'Albania, garantendo al contempo tutte le tutele previste dal diritto comunitario. Un quesito, questo, che prescinde dalla lista dei Paesi sicuri o dalla natura dei centri, e che va al cuore del progetto: è possibile rispettare le garanzie del diritto europeo in una sede extraterritoriale? La risposta della Corte, attesa nei prossimi mesi, rappresenta l'ultimo, vero ostacolo per un modello che il governo Meloni considera ormai un fiore all'occhiello della propria politica migratoria.
L'ombra del patto Ue e la nuova lista dei Paesi sicuri
Sullo sfondo di questa complessa partita, fatta di dichiarazioni politiche e battaglie legali, si staglia il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, la cui entrata in vigore è prevista per il giugno del 2026. Il regolamento che contiene la lista Ue dei Paesi di origine sicuri, come detto, è già stato pubblicato e rappresenta un'anticipazione significativa delle nuove regole. Per il governo italiano, si tratta di una conferma della bontà della propria linea: aver fatto da apripista, sostenendo un modello che oggi l'Europa sta facendo proprio, non solo sul piano dei rimpatri ma anche su quello della cooperazione con i Paesi terzi.
Non è un caso, del resto, che la stessa presidente della Commissione Ursula von der Leyen, in più occasioni, abbia definito il protocollo italo-albanese una “strategia innovativa” da osservare con attenzione. In un contesto geopolitico complesso, segnato dal ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e dalle sue politiche protezionistiche, l'Italia gioca un ruolo di cerniera non indifferente. La promozione del modello Albania, dunque, assume anche una valenza diplomatica: tenere Meloni all'interno del consesso europeo, riconoscendole un ruolo da protagonista su un tema sensibile come quello migratorio, significa anche garantirsi un alleato prezioso nei delicati equilibri transatlantici che si stanno ridefinendo. Una mossa, quella di Bruxelles, che guarda ai fatti giuridici ma anche, inevitabilmente, agli equilibri politici di un'Unione chiamata a fare i conti con le proprie contraddizioni e con la pressione demografica proveniente dal Sud del mondo.




