La sinistra tifa ayatollah: “Usa-Israele asse fascista”
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Redazione Interno
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La recrudescenza delle operazioni militari che vedono contrapposti gli Stati Uniti e Israele da un lato e la Repubblica Islamica dell’Iran dall’altro, in questo avvio di 2026, sta riaccendendo nel dibattito pubblico italiano una narrazione che, a ben guardare, di nuovo ha ben poco. Mentre la diplomazia internazionale — con i suoi tempi e le sue contraddizioni — tenta faticosamente di tessere una trama che scongiuri un’escalation dagli esiti imprevedibili, una certa intellighenzia radical-chic, in perfetta sintonia con i settori più estremi dell’arco parlamentare di sinistra, ha trovato il modo di inquadrare il conflitto secondo una griglia di lettura che antepone lo schema ideologico all’analisi dei fatti. L’asse del conflitto, per queste voci, non sarebbe tra una teocrazia che reprime nel sangue le proteste del suo popolo e le democrazie occidentali, ma piuttosto tra un presunto asse “fascio-genocidario”, guidato da Washington e Tel Aviv, e il resto del mondo, Iran incluso.
Tra le prime a intervenire, come suo costume, è stata Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi. Il suo contributo al dibattito, nelle scorse ore, è arrivato sotto forma di rilancio di un post dell’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis.
Questi aveva definito Stati Uniti e Israale alla stregua di “Stati canaglia”, accusandoli di aver scatenato una guerra non già contro l’Iran, ma “contro l’umanità intera”.
Una presa di posizione, quella della Albanese, che solleva più di un interrogativo circa i limiti del suo mandato: se per l’Iran, infatti, la relatrice aveva in passato motivato il suo silenzio con la necessità di non sconfinare dalle competenze che le sono proprie — l’occupazione israeliana della Palestina —, in questa circostanza tale riserbo è venuto meno, prestando il fianco a critiche circa una certa disparità di trattamento tra i “carnefici” dell’Occidente e quelli di Teheran.
Poche ore dopo, sempre sulla medesima lunghezza d’onda, si è accodata Ilaria Salis.
L’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, forte della sua recente elezione a Strasburgo, ha definito gli attacchi in corso come “criminali” e riconducibili a un “asse fascio-genocidario”, negando che essi possano in alcun modo essere interpretati come un sostegno al popolo iraniano oppresso dal regime degli ayatollah.
Una posizione, la sua, che sembra non vedere la contraddizione di schierarsi contro chi combatte, seppur con i metodi discutibili della guerra, un regime che proprio in quelle ore continuava a mietere vittime tra i manifestanti.
Il paradosso di Vannacci e la posizione dei 5 Stelle
Se le reazioni della sinistra radicale seguono una logica politica in fondo prevedibile, più sorprendente, almeno a un primo sguardo, potrebbe apparire la provocazione lanciata da Roberto Vannacci.
Il generale, ormai noto per le sue uscite sopra le righe e per la recente rottura con la Lega in vista della creazione di un suo soggetto politico personale, ha colto l’occasione per ribaltare il tavolo.
In un video postato sui social, Vannacci ha argomentato come, per coerenza con la linea tenuta sull’Ucraina — dove l’Unione Europea non ha esitato a sostenere Kiev con armi e fondi —, l’Europa dovrebbe ora destinare aiuti all’Iran in quanto “aggredito”.
Un ragionamento paradossale, il suo, che mescola il tema del pacifismo a una critica feroce alle politiche comunitarie, e che ignora la differenza abissale tra un’invasione territoriale come quella russa e un’operazione mirata contro obiettivi del programma nucleare e missilistico iraniano.
La sua uscita, in ogni caso, ha il pregio di mostrare quanto il conflitto in Medio Oriente stia diventando una cartina di tornasole per tutte le forze politiche, chiamate a misurarsi con le proprie contraddizioni. Dall’altra parte dello schieramento, del resto, non mancano le voci critiche verso questa deriva ideologica.
Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo ed esponente di spicco del Partito Democratico, ha espresso preoccupazione per quella che ha definito “l’incapacità della sinistra di fare i conti con un certo ancoraggio ideologico contro l’Occidente”.
Un richiamo, il suo, a non dimenticare che la posta in gioco, in Iran, è anche la libertà di un popolo che da decenni subisce una delle teocrazie più oppressive del pianeta.
L’analisi di Alessandro Di Battista tra petrolio e regime change
Nel coro delle voci critiche verso l’operato americano e israeliano, un posto di rilievo spetta ad Alessandro Di Battista.
L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle, da tempo impegnato in un’attività di analisi geopolitica che lo ha portato più volte a confrontarsi con le realtà sudamericane e mediorientali, ha pubblicato un intervento in cui smonta quella che definisce la retorica occidentale dell’esportazione della democrazia.
Per Di Battista, la chiave di lettura del conflitto è una sola e ha a che fare con le risorse energetiche. Il Venezuela — oggetto nelle stesse ore di pressioni da parte di Washington — detiene le prime riserve mondiali di petrolio, l’Iran le seconde di gas.
Sarebbe questa, e non la tutela dei diritti umani o la lotta al terrorismo, la vera ragione che spinge gli Stati Uniti a bombardare e destabilizzare governi non allineati.
Un’analisi che, se da un lato offre spunti di riflessione circa l’uso talvolta strumentale dei principi etici in politica estera, dall’altro finisce per assolvere i regimi di Caracas e Teheran, riducendo la loro violenza interna a un mero epifenomeno delle mire imperialiste altrui.
Di Battista, infatti, non trova spazio nel suo ragionamento per ricordare le impiccagioni con le gru, le carceri di Evin o le donne uccise per essersi tolte il velo.
L’invasione social e lo scontro lessicale
La guerra, ormai, si combatte anche e soprattutto sul piano della comunicazione e dei social network, dove ogni termine viene soppesato e ogni errore diventa un’arma nelle mani dell’avversario.
È quanto accaduto a Francesca Albanese, la quale, nel tentativo di zittire un utente che le chiedeva ragione del suo attivismo selettivo, ha risposto sostenendo che “l’alfabetismo funzionale si cura”. Un lapsus, il suo, che ha scatenato l’ironia del web, compresa quella tagliente di Rocco Tanica.
L’ex componente di Elio e le Storie Tese ha commentato l’uscita della relatrice Onu con una battuta fulminante: “L’Istituto Tecnico Alberghiero di Ariano Irpino non è mai decollato davvero”. Una presa in giro che, al di là della forma, mette in luce la sostanza di un dibattito sempre più polarizzato e povero di argomenti.
Sul fronte opposto, non sono mancate le esternazioni di Ilaria Salis, tornata a parlare di “sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti” a proposito della liberazione di Cecilia Sala, e accusando il governo Meloni di aver dovuto volare a Mar-a-Lago per chiedere il permesso a Trump di applicare la legge italiana.
Una narrazione, la sua, che dimentica come l’ingegnere iraniano per il quale chiedeva giustizia, tale Mohammad Abedini, sia ora libero a Teheran, mentre i prigionieri politici di cui pure chiede la liberazione — come Pakhshan Azizi — restano nelle segrete degli ayatollah.




