L’America che prega per la vittoria e i militari che parlano di Armageddon: la deriva religiosa nella guerra contro l’Iran
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
C’è una fotografia, scattata nello Studio Ovale lo scorso 8 febbraio e poi rimbalzata sui media di tutto il mondo, che forse spiega più di qualsiasi comunicato ufficiale lo spirito con cui l’amministrazione Trump ha affrontato—e continua ad affrontare—il conflitto con l’Iran. Vi si vede il presidente degli Stati Uniti seduto alla Resolute Desk, con gli occhi chiusi e il capo chino in raccoglimento, mentre un gruppo di leader evangelici, i suoi principali sostenitori nonché influenti figure del panorama religioso conservatore, gli impongono le mani in un gesto di benedizione e di invocazione alla divinità. Una scena che evoca, nella sua composizione, un’iconografia sacra, e che testimonia il legame profondo, e per molti versi inquietante, tra la fede professata e le scelte di politica estera della nuova amministrazione. Se da un lato il presidente, in più occasioni, si è auto-definito come un prescelto, salvato da Dio durante l’attentato dello scorso luglio per assolvere a una missione nazionale, dall’altro lato, e questo è forse l’aspetto più preoccupante, questa narrazione provvidenzialistica pare aver trovato terreno fertile anche all’interno delle forze armate.
Oltre cento denunce per indottrinamento: quando il comandante diventa profeta
La Military Religious Freedom Foundation, un’organizzazione che da due decenni vigila sul rispetto della laicità e della libertà di coscienza nelle forze armate a stelle e strisce, ha reso noto un dato impressionante: dall’avvio delle operazioni militari contro l’Iran, sarebbero oltre duecento le denunce arrivate da militari in servizio appartenenti a tutti i corpi—Esercito, Marina, Aeronautica, Marines e persino la nuova forza spaziale—i quali lamentano pressioni e veri e propri tentativi di indottrinamento religioso da parte dei loro superiori. Il fenomeno, a quanto si apprende dalle testimonianze raccolte in forma anonima per timore di ritorsioni, non si limiterebbe a episodi isolati, ma coinvolgerebbe decine di installazioni militari, comprese quelle situate in teatri operativi sensibili. Un sottufficiale, la cui unità si trova in stato di prontezza per un eventuale dispiegamento nella zona di guerra, ha riferito all’organizzazione che il proprio comandante, durante un briefing operativo, ha esortato i presenti a non avere paura, spiegando loro che quanto stava accadendo “faceva parte del piano divino”. Le parole riportate sono ancora più nette: il comandante avrebbe definito il presidente Trump come l’unto, colui che è stato prescelto da Gesù per accendere il fuoco in Iran, provocare l’Armageddon e segnare così il ritorno del Messia sulla terra. Una deriva, questa, che ha spinto lo stesso sottufficiale, il quale si autodefinisce cristiano, a sporgere denuncia a nome di un gruppo di quindici commilitoni, tra i quali, oltre ad altri undici cristiani, figuravano un musulmano e un ebreo, a riprova del disagio diffuso e trasversale che simili dichiarazioni stanno provocando all’interno dei reparti.
La teologia della battaglia finale e il silenzio del Pentagono
La retorica dell’Apocalisse e della battaglia finale, del resto, non è nuova in certi ambienti dell’evangelicalismo americano più radicale, e sembra aver trovato una cassa di risonanza inaspettata all’interno della catena di comando. Mikey Weinstein, fondatore della MRFF e veterano dell’Aeronautica, non ha usato mezzi termini nel commentare la valanga di esposti ricevuti, parlando di un’euforia incontrollata da parte di quei comandanti che vedono in questo conflitto non una complessa operazione geopolitica, ma il segno inequivocabile dell’avvicinarsi dei tempi ultimi, così come descritti nei testi sacri. Una visione, questa, che non solo rischia di minare la coesione e la disciplina di reparti composti da individui di fedi diverse o di nessuna fede, ma che solleva anche delicati profili di legittimità costituzionale, violando di fatto il principio fondamentale della separazione tra Stato e Chiesa. Alla richiesta di chiarimenti avanzata da più parti, il Pentagono, per bocca di un portavoce, ha evitato di rispondere nel merito delle singole accuse, limitandosi a diramare stralci dei discorsi pubblici del segretario alla Difesa, Pete Hegseth—noto per le sue posizioni vicine al nazionalismo cristiano e per aver promosso momenti di preghiera collettiva all’interno stesso del Pentagono—nei quali si magnificava l’operato del presidente e si ringraziava la provvidenza per la riuscita delle missioni. Un silenzio, quello ufficiale, che molti interpretano come una implicita, quanto pericolosa, tolleranza verso chi, in uniforme, antepone la propria personale escatologia al dovere di servire e proteggere la Costituzione.
Due visioni della fede a confronto nella crisi mediorientale
Mentre nell’ala ovale e in alcuni reparti dell’esercito statunitense la guerra assume i contorni di una crociata o di un adempimento profetico, dall’altra parte dell’Atlantico la risposta del mondo cattolico è stata profondamente diversa. La Conferenza Episcopale Italiana, facendo eco ai ripetuti appelli alla pace del Pontefice, ha indetto per il 13 marzo una Giornata di preghiera e digiuno, invitando tutte le comunità ecclesiali a unirsi in un’invocazione per fermare quella che viene definita come una “inutile strage” dall’escalation potenzialmente planetaria. Un monito, quello dei vescovi, che mette in guardia dal rischio di trascinare l’umanità in un conflitto dalle conseguenze incalcolabili, e che ribadisce con forza come la guerra non possa mai essere considerata una soluzione. Un appello alla ragione e al dialogo, insomma, che si contrappone nettamente al fervore messianico e bellicista che sembra invece pervadere certi ambienti politici e militari statunitensi, creando un contrasto stridente tra chi invoca l’intervento divino per benedire le armi e chi, invece, chiede l’intervento divino per farle tacere. Una frattura che attraversa il cristianesimo mondiale, diviso tra la diplomazia della pace e la pericolosa deriva di chi vede nella geopolitica il terreno di scontro per l’avverarsi di antiche profezie.




