Il paradosso degli ayatollah: quel nucleare che la sinistra globale non condanna più
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La questione del nucleare iraniano non è mai stata soltanto una faccenda di arricchimento dell’uranio, né tantomeno un cruccio esclusivo per i servizi segreti israeliani – che pure, va detto, lo seguono con il fiato sospeso dal primo centrifugatore entrato in funzione clandestinamente. È, piuttosto, un problema globale che si trascina da decenni, e che oggi assume contorni ancora più minacciosi per l’Europa e per l’intero equilibrio occidentale. L’uranio arricchito, custodito – lo ricordiamo senza ipocrisie – dai pasdaran, cioè dal dei Guardiani della Rivoluzione, rappresenta un potenziale preludio all’arma atomica. E chiunque creda che una bomba in mano a Teheran colpirebbe solo Haifa o Tel Aviv, si sbaglia di grosso.
La guerra “in ritardo” e l’ombra del 1979
Questa, quella che oggi chiamiamo crisi iraniana, è una guerra sporca, ibrida, asimmetrica. Forse, azzardano alcuni analisti militari interpellati in queste settimane, è addirittura una guerra «in ritardo»: poteva scoppiare già nel 1979, quando la Persia – grazie all’imbecillità strategica dei comunismi di ogni latitudine e alla cecità, vigliacca, dei Paesi occidentali allora impegnati a fare affari col petrolio – è diventata ufficialmente l’asse del male. Da quel momento, nessuno ha mai davvero fermato il passo dei mullah. Né le sanzioni, né le minacce, né i sabotaggi nei suoi impianti. E oggi, con Trump tornato alla Casa Bianca da oltre un anno – un dettaglio che non fa più notizia, ma che definisce il quadro delle relazioni di forza –, il nodo resta drammaticamente irrisolto.
L’attacco ai cargo e la voce del presidente Pezeshkian
Le ultime settimane hanno registrato un’escalation puntuale. Dopo il sequestro, operato dagli Stati Uniti, di una nave cargo battente bandiera iraniana, le cose sono rapidamente degenerate. Le forze armate di Teheran – riferisce l’agenzia di stampa Tasnim, storicamente vicina ai pasdaran – hanno lanciato droni contro alcune navi militari americane. Non ci sono dettagli espliciti sulle vittime né sui danni, come impone il rispetto per la cronaca nera quando si trattano eventi bellici, ma la dinamica è chiara: si colpisce per rispondere, e si risponde per non perdere la faccia. Nel frattempo, il presidente iraniano, Pezeshkian, ha affidato all’agenzia statale Irna una dichiarazione apparentemente conciliante: «La guerra non è nell’interesse di nessuno – ha detto – e, pur resistendo alle minacce, ogni via diplomatica dovrebbe essere percorsa per ridurre le tensioni». Parole che suonano come un classico esercizio di retorica istituzionale, soprattutto quando i droni volano già sul Golfo.
Il cortocircuito della sinistra pacifista (ma non troppo)
Ed ecco che emerge il paradosso più clamoroso, tutto politico prima ancora che geopolitico. C’è un cortocircuito che attraversa il dibattito occidentale sulla guerra in Iran, e lo rende quasi grottesco. Da una parte, la sinistra globale – quella verde, radicale, pacifista a intermittenza – si scopre improvvisamente contraria a qualsiasi opzione militare contro Teheran. Dall’altra, però, è la stessa area culturale che per anni, con feroce determinazione, ha combattuto qualsiasi forma di energia nucleare, persino quella civile, dipingendo i reattori come una minaccia letale da estirpare. Oggi, quel nucleare tanto temuto diventa accettabile – quasi legittimo – se nelle mani degli ayatollah. Purché a opporsi sia l’America di Trump, allora il “no” alla bomba atomica si attenua, si sfuma, si perde in distinguo ipocriti. E questa, va detto senza giri di parole, è una resa intellettuale che paga a caro prezzo la coerenza.
L’unità possibile con i sunniti e la diplomazia come paravento
Di fronte a un nemico comune – l’uranio arricchito che può trasformarsi in ordigno – diventa fondamentale unire anche i fronti sunniti, storici rivali degli sciiti iraniani. Perché l’atomica di Teheran non farebbe distinzioni tra moschee, sinagoghe o chiese. Eppure, l’appello di Pezeshkian a «utilizzare ogni via diplomatica per ridurre le tensioni» rischia di restare una dichiarazione di intenti, priva di mordente. La diplomazia, in questo contesto, viene usata spesso come paravento per guadagnare tempo, mentre i centrifugatori girano e i droni vengono assemblati. Non ci sono conclusioni da trarre, né profezie su come andrà a finire. I fatti, nudi e crudi, parlano di una nave sequestrata, di droni lanciati contro obiettivi militari statunitensi, e di un presidente che invoca la pace mentre i suoi pasdaran preparano la prossima mossa. Il resto – lo si capisce leggendo tra le righe – è solo cortina fumogena.




