La sinistra italiana e gli ayatollah: una storia di fraintendimenti
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Redazione Esteri
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Quando, sul finire degli anni Settanta, l’ondata della rivoluzione di Khomeini spazzò via lo Scià, una parte significativa dell’intellettualità italiana ed europea – nonostante le evidenti premesse teocratiche – credette di scorgervi l’annuncio di un cambiamento epocale di matrice marxista. Il principe di quella schiera di pensatori fu Michael Foucault, il quale, abbagliato da quanto osservava, finì per fornire un’analisi che oggi appare del tutto fuorviante. In molti, nel nostro Paese, gli andarono dietro, alimentando un equivoco che trovò spazio anche nelle pagine dei quotidiani: l’«Unità», ad esempio, titolò con entusiasmo «Iran: la vittoria popolare è travolgente», dimostrando una lettura della realtà iraniana che gli eventi successivi avrebbero clamorosamente smentito. Quel sostegno acritico, come dimostrano le cronache dell’epoca, non fu un caso isolato: il giornale Lotta Continua, per esempio, sopravvissuto allo scioglimento dell’omonimo partito, inviò un suo corrispondente a Teheran per raccontare gli eventi, un giornalista che in seguito avrebbe proseguito la carriera in testate di orientamento differente.
Dal malinteso alla realtà dei fatti
La storia iraniana dell’ultimo secolo è stata costellata da sollevazioni e da repressioni spesso brutali, ma il 1979 rimane lo spartiacque assoluto, l’anno che segnò la nascita della Repubblica Islamica, un sistema che da quasi mezzo secolo controlla con pugno ferreo il paese e le esistenze dei suoi cittadini. Secondo l’analisi di Massimo Campanini, studioso e professore di Storia dei paesi islamici, l’Iran di allora «aveva una solida tradizione di opposizione di tradizione laica», un dato di fatto che rende ancor più significativo il fraintendimento di chi, in Occidente, volle vedere in Khomeini un alleato contro l’imperialismo. Quella che si consumò fu, in sostanza, una profonda incomprensione delle forze in campo, un errore di valutazione le cui radici affondavano in una visione ideologica che cercava ad ogni costo conferme alle proprie teorie, finendo per ignorare le specificità culturali e religiose di una nazione complessa.
La differenza tra rivolta e rivoluzione
A volte la Storia, come si suol dire, utilizza strumenti impropri per compiere il suo corso, e il caso iraniano ne è un esempio lampante. Non ci si lasci fuorviare dalle apparenze: quello che oggi avviene in Iran non è più una semplice rivolta, bensì una rivoluzione in piena regola. La distinzione, per quanto possa apparire sottile, è in realtà microscopica e immensa al tempo stesso. Una rivolta – e gli iraniani ne hanno conosciute almeno cinque negli ultimi quindici anni – avanza pretese specifiche: chiede riforme, soluzioni concrete alla miseria, apre una trattativa con il potere costituito. Una rivoluzione, al contrario, non si aspetta nulla di tutto ciò e non ha la minima intenzione di accontentarsi di un ordine delle cose che ha ormai vituperato: il suo obiettivo non è una ristrutturazione, ma una radicale trasformazione delle strutture stesse del potere.




