Milano-Sanremo 2026, la fuga dei sette italiani e il duello atteso tra le maglie iridate di van der Poel e Pogacar

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La 117ª edizione della Classicissima, quella che da Pavia si snoda per 298 chilometri fino all’iconico traguardo di via Roma, ha preso il via ufficialmente due minuti dopo le 10.10 con un ritmo che sin dai primi chilometri ha lasciato il segno nei registri della manifestazione. La prima ora di gara, infatti, è stata coperta a una media di 46 km/h, un dato che rappresenta la partenza più veloce mai registrata nella storia della corsa. Un dato, questo, che racconta la volontà di non concedere respiro, già in una fase nella quale il gruppo sembrava voler gestire l’ampio margine concesso ai fuggitivi. E proprio il tentativo di allungo, scattato circa un quarto d’ora dopo il via, ha prodotto il primo, significativo, assestamento tattico: nove atleti sono riusciti a portarsi al comando, accumulando un vantaggio che ha toccato i quattro minuti prima di subire il primo, fisiologico, assestamento da parte del plotone.

La fuga italiana e il controllo sul Passo del Turchino

Nel gruppo di testa, a muovere le fila dell’azione, una netta prevalenza italiana: sette dei nove attaccanti portano il tricolore sulle spalle, con nomi che garantiscono esperienza e gamba per una fuga destinata a durare a lungo. Tra questi spiccano Mirco Maestri, Manuele Tarozzi e Manlio Moro, atleti chiamati a interpretare la classica con la classica strategia dell’attacco lontano dal traguardo. Il margine, dopo un’iniziale lievitazione, si è progressivamente ridotto: poco prima delle 13.30, con il gruppo che affrontava il Passo del Turchino, il vantaggio si era assestato attorno ai 3’10”. Un dato, quest’ultimo, che indica una risalita controllata da parte delle squadre dei big, le quali – pur lasciando spazio ai battistrada – non hanno mai concesso loro l’opportunità di accumulare un margine davvero pericoloso in ottica di arrivo. La salita del Turchino, lunga 2,4 km con una pendenza media del 5,2%, rappresenta storicamente il primo vero termometro della corsa, e in questa edizione ha confermato la sua funzione di filtro naturale per le ambizioni di fondo.

La sfida delle maglie iridate e il dato curioso sull’età

A catalizzare l’attenzione, nel frattempo, è la prospettiva di un duello che questa Classicissima finalmente mette di fronte sulla stessa strada: quello tra le due maglie iridate, quella di Mathieu van der Poel – il dominatore assoluto che negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere nei campi invernali del ciclocross – e quella di Tadej Pogacar. Lo sloveno, campione del mondo su strada, si è presentato all’appuntamento dopo un avvio di stagione che sembra un proseguimento ideale della scorsa annata, con una vittoria alla Strade Bianche costruita in maniera talmente perentoria da non lasciare spazio a interpretazioni alternative. In mezzo, a comporre il quadro dei possibili fattori di disturbo, si muovono figure come Tom Pidcock – fresco di successo alla Milano-Torino – e Filippo Ganna, secondo a Sanremo nell’edizione precedente proprio alle spalle di van der Poel. A impreziosire il racconto della vigilia, una curiosità anagrafica che riguarda la storia recente della corsa: il corridore più anziano ad aver vinto la prima Monumento della stagione resta Andrei Tchmil, che nel 1999 trionfò a 36 anni e 57 giorni, superando di soli 16 giorni l’olandese Hennie Kuiper, vincitore nel 1985. Sul fronte opposto della bilancia, la squadra più giovane al via di quest’edizione è la Bardiani, con un’età media di 24,1 anni, a testimonianza di un ricambio generazionale che si affaccia sulla scena senza timori reverenziali.

L’evoluzione tattica e il finale sui tre Capi

Il disegno tattico della corsa, dopo il Turchino, si è andato definendo lungo il tracciato che conduce verso il cuore della riviera. Il finale, come da tradizione ormai consolidata, resta invariato rispetto allo scorso anno: il passaggio consecutivo sui tre Capi – Mele, Cervo e Berta – prepara il terreno per la doppia selezione decisiva costituita dalla salita della Cipressa e dal successivo, breve ma intenso, strappo del Poggio. È proprio lo scollinamento di quest’ultimo, a 5,6 chilometri dal traguardo, il punto in cui storicamente si compiono le ultime, decisive, accelerazioni. Il gruppo, guidato dalle formazioni dei favoriti, ha lavorato per ricucire lo strappo iniziale con una progressione costante, riducendo il margine della fuga senza però annullarlo del tutto: un comportamento classico, che lascia ai battistrada la possibilità di giocarsi le residue carte fino agli approcci finali, prima che la corsa si ricompatti in vista della volata ristretta o dell’attacco solitario. La gestione del ritmo, in questa fase, diventa quindi un gioco di equilibri dove ogni secondo guadagnato o perso pesa sulla tenuta delle gambe negli ultimi 50 chilometri.

L’incidenza dei dati di gara e la prospettiva dei 298 chilometri

L’edizione numero 117 si caratterizza, oltre che per la qualità del parterre, anche per un incremento del percorso rispetto al passato: i 298 chilometri totali rappresentano un allungo di nove chilometri rispetto all’anno precedente, un dettaglio non trascurabile in una corsa dove la distanza è storicamente uno dei fattori di selezione più severi. La partenza da Pavia, scelta già sperimentata nel 2025, ha confermato la sua logistica funzionale a un avvio rapido, come dimostrato dall’elevato ritmo tenuto nella prima frazione di gara. La diretta televisiva e i dati in tempo reale hanno permesso di seguire l’evoluzione delle posizioni, con i fuggitivi che hanno toccato il picco massimo del vantaggio attorno ai sei minuti prima di iniziare la parabola discendente. In questo contesto, la presenza di sette italiani nella fuga iniziale ha acceso un riflettore particolare sulla capacità delle squadre di casa di rendersi protagoniste anche in assenza dei grandi capitani, offrendo un contraltare di manovra alla battaglia annunciata tra i campioni del mondo in carica. Il vento, le condizioni del manto stradale e la gestione delle risorse nei lunghi rettilinei costieri rappresentano ora le variabili in grado di influenzare l’esito di una corsa che, come sempre, tiene sospeso il suo verdetto fino agli ultimi, convulsi, metri del lungomare.

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