Chiusa l’indagine su Bartolozzi, il capo di gabinetto di Nordio ora rischia il processo. Il guardasigilli: “Perplesso sulla tempistica”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Roma ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a Giusi Bartolozzi, il potente capo di gabinetto del ministero della Giustizia, e lo ha fatto dopo che i cinque mesi di tempo concessi di fatto alla Camera dei deputati per decidere se sollevare o meno un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta erano trascorsi senza che Montecitorio arrivasse a una delibera. La magistrata, che ricopre un ruolo chiave nell’entourage del ministro Carlo Nordio e che taluni, nei corridoi di via Arenula, hanno soprannominato la “zarina” per l’influenza che esercita, è indagata per il reato di false informazioni al pubblico ministero, un’ipotesi di reato che le contesta di non aver detto il vero durante l’istruttoria condotta sul caso che ha per protagonista il generale libico Almasri, il comandante rimpatriato su un volo di Stato suscitando un vespaio di polemiche internazionali.

La stessa Bartolozzi, in una nota diffusa per il tramite del suo legale, ha voluto sottolineare la propria serenità, dichiarandosi intenzionata a proseguire il suo lavoro senza lasciarsi condizionare dagli sviluppi giudiziari, laddove il Guardasigilli, dal canto suo, ha rilasciato una dichiarazione nella quale, pur ribadendo «massima e incondizionata fiducia» nella sua collaboratrice e porgendole «umana vicinanza», ha tenuto a evidenziare una certa perplessità, personale s’intende, in merito alla tempistica scelta dai magistrati romani per mettere nero su bianco la chiusura degli atti. Una tempistica che, nell’attuale clima politico, con la campagna referendaria sulla giustizia che infiamma gli animi, finisce inevitabilmente per alimentare sospetti e strascichi polemici.

Il nodo del conflitto di attribuzione rimasto in sospeso a Montecitorio

Il provvedimento firmato dal procuratore Francesco Lo Voi arriva al termine di una fase interlocutoria piuttosto complessa, nel corso della quale la maggioranza di centrodestra aveva tentato di percorrere la strada del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, ipotizzando che l’indagine sulla funzionaria potesse in qualche modo intrecciarsi con le prerogative del Parlamento e con la posizione dei membri dell’esecutivo, per i quali era stata chiesta l’autorizzazione a procedere. L’ufficio di presidenza della Camera, chiamato a esprimersi sulla possibilità di impugnare l’operato della Procura dinanzi alla Corte costituzionale, non era però riuscito a trovare una sintesi, o meglio, i tempi tecnici si sono dilatati fino a perdere efficacia, e così i pm, una volta scaduto il termine che di fatto si erano imposti di attendere, hanno ripreso in mano il fascicolo e tirato le somme dell’inchiesta.

Nel merito delle contestazioni, la Procura contesta a Bartolozzi di aver reso dichiarazioni non veritiere nel corso degli accertamenti che dovevano far luce sulla gestione del caso Almasri, un nome che riporta alla memoria le torture e i crimini contro l’umanità per i quali il generale libico è ricercato dalla Corte penale internazionale. Gli inquirenti, nelle loro carte, avrebbero raccolto elementi che, a loro giudizio, proverebbero la consapevolezza, da parte del capo di gabinetto, di alcuni passaggi chiave della vicenda, e ciò in contrasto con quanto da lei stessa riferito. La notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, atto previsto dall’articolo 415-bis del codice di procedura penale, rappresenta il preludio alla richiesta di rinvio a giudizio, un passaggio che, se formalizzato, porterebbe la funzionaria a dover affrontare un processo dinanzi al tribunale, con tutto ciò che ne consegue in termini di esposizione mediatica e di ulteriore aggravio del dibattito politico, già infuocato, sul sistema giustizia.

La reazione del ministro Nordio tra fiducia e stupore per i tempi

Le parole di Nordio, che da un lato ribadiscono la sua stima professionale e personale per Bartolozzi e dall’altro lasciano trasparire un velato stupore per i tempi della decisione giudiziaria, sembrano voler marcare una distanza di metodo, più che di merito, rispetto all’operato della procura capitolina. Il Guardasigilli, che proprio sulla riforma dell’ordinamento giudiziario e sulla separazione delle carriere ha costruito buona parte del suo mandato, si trova ora a dover gestire una vicenda che investe il suo ufficio da vicino, chiamando in causa la fedelissima che lo affianca quotidianamente nell’opera di riordino delle norme. Le opposizioni, naturalmente, non hanno perso tempo nel sottolineare quelle che definiscono come le contraddizioni di un governo che, da un lato, predica la terzietà della magistratura e, dall’altro, ne contesta le iniziative quando queste toccano i suoi membri, mentre la maggioranza, per contro, tende a mettere l’accento su quella che ritiene una vera e propria accanimento giudiziario ai danni di chi opera nell’interesse dello Stato.

L’inchiesta, peraltro, è destinata a rimanere al centro del dibattito pubblico anche perché il 4 marzo l’ufficio di presidenza della Camera voterà ancora, questa volta su aspetti procedurali legati alla vicenda, e il centrodestra, forse, potrebbe tentare nuove iniziative a tutela di Bartolozzi. Tuttavia, con la chiusura formale delle indagini, il cerchio si stringe e l’ipotesi di un processo si fa sempre più concreta, indipendentemente dalle valutazioni politiche che, per loro natura, seguono binari paralleli a quelli della giustizia ordinaria.

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