Caso Almasri, la difesa di Bartolozzi chiede di trasferire l'indagine a Perugia
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Redazione Interno
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L’articolo 11 del codice di procedura penale, una norma pensata per garantire l’imparzialità del giudizio quando in un procedimento è coinvolto un magistrato, torna al centro di un vivace contrasto interpretativo, e stavolta lo fa in relazione alla posizione di Giusi Bartolozzi, il potente capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio. La sua difesa, patrocinata dall’avvocata Giulia Bongiorno, ha depositato presso la procura di Roma un’istanza formale per chiedere la trasmissione del fascicolo che la vede indagata per false informazioni al pubblico ministero all’ufficio giudiziario di Perugia. L’inchiesta madre, com’è noto, è quella legata alla rocambolesca vicenda del generale libico Osama Almasri, l’uomo arrestato a Torino su mandato della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e poi rimpatriato dopo appena due giorni con un volo di Stato. La richiesta si fonda proprio su quel dettato normativo, il quale stabilisce che se un magistrato – e qui sta il nodo – è indagato o parte offesa, la competenza territoriale deve essere spostata al capoluogo del distretto di corte d’appello immediatamente vicino per evitare qualsiasi possibile condizionamento o anche solo la percezione che vi possa essere.
L’interpretazione dell’articolo 11 e la sua applicabilità al caso specifico, però, non sono affatto scontate e costituiscono il cuore della questione procedurale che adesso si apre. La legge, nella sua formulazione, menziona esplicitamente i magistrati, ma il ruolo di Bartolozzi è quello di un altissimo funzionario ministeriale, non di un membro dell’ordine giudiziario, e da qui la complessità della richiesta avanzata dai suoi legali. Una giurisprudenza recente, peraltro, sembra andare in direzione opposta a un’estensione analogica di questa norma: basti pensare a una sentenza della Cassazione del 2025, la numero 31906, che ha escluso la possibilità di applicare la deroga alla competenza territoriale – prevista appunto per i magistrati – anche agli ufficiali e agli agenti di polizia giudiziaria, sottolineando la disomogeneità e la non comparabilità delle rispettive funzioni. La difesa, invece, punta a far valere il principio del giudice naturale, chiedendo che siano i pm di Perugia a valutare la posizione della sua assistita, in un momento processuale che segue di pochi giorni la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini da parte della procura di piazzale Clodio.
La richiesta di spostamento e i tempi della politica
L’iniziativa legale della Bongiorno si inserisce in un quadro già estremamente intricato, dove il piano giudiziario e quello politico procedono su binari paralleli che sembra inevitabile debbano prima o poi incrociarsi. Non è un caso che la richiesta di trasferire gli atti a Perugia arrivi mentre alla Camera la maggioranza di governo sta preparando le sue mosse. L’aula di Montecitorio, infatti, non voterà prima del referendum del 22 e 23 marzo sul conflitto di attribuzione che si intende sollevare davanti alla Consulta contro la procura di Roma. Una tempistica che, nella lettura dei diretti interessati, mira a scaglionare gli eventi e a non far coincidere il voto dei parlamentari con la campagna referendaria, ma che di fatto congela qualsiasi decisione sul cosiddetto “scudo” per Bartolozzi, ovvero la tesi, sostenuta da Nordio e da buona parte del centrodestra, secondo cui anche la capo di gabinetto sarebbe coperta dall’autorizzazione a procedere negata ai ministri.
La procura di Roma, dal canto suo, ha già espresso chiaramente il proprio punto di vista nelle scorse settimane, notificando l’avviso di conclusione delle indagini e contestando a Bartolozzi di aver reso dichiarazioni mendaci durante l’interrogatorio davanti al Tribunale dei ministri. Secondo l’accusa, la dirigente avrebbe fornito una versione dei fatti “inattendibile e anzi mendace” riguardo alla gestione della pratica Almasri e, in particolare, sulla mancata sottoposizione al ministro Nordio di una bozza di provvedimento che avrebbe potuto portare alla convalida dell’arresto del generale libico. Elementi, questi, che emergerebbero da testimonianze e scambi di corrispondenza interna, comprese le chat su Signal dove la stessa Bartolozzi avrebbe invitato alla massima riservatezza.
Un nodo giuridico dai molteplici risvolti
Lo scontro, a questo punto, non è solo tra palazzo e procura, ma assume i contorni di una complessa partita a più livelli, in cui la difesa tenta di spostare il tavolo da gioco. Da un lato, l’istanza presentata a Roma punta a radicare il procedimento a Perugia, città che per prassi è spesso sede di indagini delicate che coinvolgono figure istituzionali, proprio in virtù di quella norma pensata per i magistrati. Dall’altro lato, la maggioranza politica continua a sostenere la necessità di un intervento della Corte Costituzionale per dirimere il conflitto, sostenendo che l’azione di Bartolozzi fosse funzionalmente collegata a quella dei ministri poi prosciolti e che, di conseguenza, ogni atto istruttorio nei suoi confronti sarebbe illegittimo senza il placet del Parlamento.
Si tratta, in sostanza, di due linee di difesa parallele ma distinte: quella giudiziale, che si gioca sulle regole della competenza territoriale, e quella politica, che punta invece a una declaratoria di incompentenza assoluta della magistratura attraverso il conflitto di attribuzione. Mentre la procura di Roma è chiamata a rispondere sull’istanza della Bongiorno, decidendo se trattenere gli atti o trasmetterli ai colleghi umbri, il destino giudiziario di Giusi Bartolozzi resta in bilico, in attesa che i meccanismi della politica e del diritto processuale trovino una composizione. La dirigente, che ha sempre professato la massima serenità, continua intanto a lavorare al Viminale, forte della fiducia ribadita dal ministro Nordio, che si è detto perplesso più che altro sui tempi dell’avviso di chiusura indagini, piuttosto che sul merito delle contestazioni.




