Camera vota il conflitto di attribuzione per Giusi Bartolozzi, l’ex “zarina” di via Arenula ora attende la Consulta
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Redazione Interno
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Il 15 aprile, l’aula di Montecitorio – con uno scarto di 47 voti, un margine che pochi si aspettavano così netto – ha dato il via libera al conflitto di attribuzione sollevato nei confronti della procura di Roma. Al centro della vicenda, che mescola equilibri istituzionali e un’indagine penale già avviata, finisce Giusi Bartolozzi, l’ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Una figura, la sua, che fino a poco tempo fa rappresentava l’articolazione più tecnica e potente del dicastero, tanto da meritarsi il soprannome di “zarina”. Poi le dimissioni, arrivate dopo la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia, e ora un’accusa pesante: false informazioni al pubblico ministero.
Il nodo giudiziario e il rinvio a settembre
Il processo a carico di Bartolozzi è già stato fissato per il 17 settembre a Roma. La contestazione, formulata dai pm della capitale, riguarda le informazioni rese nel corso delle indagini sul rimpatrio del generale libico Almasri, figura al centro di un mandato di cattura della Corte penale internazionale per accuse di torture e stupri. L’ex funzionaria, che all’epoca dei fatti operava a stretto contatto con i vertici del ministero, avrebbe – secondo l’accusa – fornito elementi non veritieri ai pubblici ministeri che cercavano di ricostruire la catena di comando dietro la liberazione e il successivo rimpatrio del generale, avvenuto a bordo di un volo di Stato. Una vicenda, quella di Almasri, che aveva già acceso i riflettori su Roma e sull’uso dei canali diplomatici per sottrarre un uomo alla giurisdizione della Cpi.
Lo “scudo” della maggioranza: la Camera chiede il tribunale dei ministri
Con la deliberazione di Montecitorio, la maggioranza di centrodestra ha compattamente sostenuto la tesi secondo cui anche Bartolozzi, al pari del ministro Nordio, del titolare dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, dovrebbe beneficiare di un giudizio riservato al tribunale dei ministri. La Camera ha quindi chiesto alla Corte Costituzionale di dichiarare che le indagini e il conseguente processo non spettano alla magistratura ordinaria, bensì a quel particolare organo giurisdizionale preposto a giudicare i reati ministeriali. In pratica, un “conflitto di attribuzione” sollevato contro la procura di Roma, con l’obiettivo dichiarato di spostare il baricentro del procedimento lontano dal tribunale ordinario. Per la procura capitolina, invece, l’ex capo di gabinetto avrebbe agito al di fuori di qualsiasi prerogativa governativa, rendendo inapplicabile qualsiasi forma di scudo.
Ora la parola alla Consulta: l’attesa per la pronuncia
La palla, a questo punto, passa interamente alla Corte Costituzionale. Saranno i giudici della Consulta a decidere se il conflitto sollevato dalla Camera sia fondato, e dunque se anche per Bartolozzi debba scattare il meccanismo che di fatto blocca – o quantomeno trasferisce – il processo in attesa di una valutazione politica sull’atto d’accusa. Un’eventuale pronuncia favorevole all’ex funzionaria si tradurrebbe in uno scudo processuale non dissimile da quello già invocato per i vertici del Viminale e di palazzo Chigi. La difesa, dal canto suo, ha sempre sostenuto che le dichiarazioni rese da Bartolozzi agli inquirenti rientrassero nelle funzioni di gabinetto, e dunque coperte dal segreto d’ufficio e dalla particolare tutela riservata agli atti del governo. La procura di Roma, invece, parla di depistaggio. Il processo, al momento, resta in calendario per settembre, ma con una variabile capace di capovolgere l’intero impianto accusatorio. La decisione della Corte, insomma, farà da spartiacque: o il dibattimento proseguirà davanti ai giudici ordinari, oppure si trasferirà – con tempi e modalità diverse – davanti al tribunale dei ministri. E in quel caso, per l’ex “zarina” di via Arenula, si aprirebbe una stagione processuale molto più accidentata per l’accusa.




