Garlasco, la famiglia Cappa presenta un esposto a Milano: si ipotizza un depistaggio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
La vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Chiara Poggi, delitto avvenuto nell’agosto del 2007 tra le mura domestiche della villetta di via Pascoli a Garlasco, si arricchisce di un nuovo e potenzialmente decisivo capitolo che sposta l’asse dell’attenzione sulle dinamiche, talvolta opache, che caratterizzano la cosiddetta “seconda fase” delle indagini. Un atto formale, un esposto carico di pesanti accuse, sarebbe stato depositato presso la Procura della Repubblica di Milano e a firmarlo, secondo quanto è stato possibile ricostruire e come anticipato nel corso della trasmissione “Ore 14 Sera” condotta da Milo Infante su Rai 2, sarebbe stata la famiglia Cappa. Il documento, la cui assegnazione a un pubblico ministero non risulterebbe ancora formalizzata, conterrebbe elementi che travalicano il semplice sollecito di accertamenti, puntando il dito contro quella che viene definita come una vera e propria manovra volta a deviare il corso naturale dell’inchiesta.
L’oggetto del contendere, stando alle anticipazioni televisive che hanno riportato la notizia, non si limita dunque a una richiesta di verifiche su singoli aspetti tecnici o investigativi. La famiglia Cappa, da tempo nell’occhio del ciclone mediatico per il ruolo dei propri congiunti in questa nuova fase processuale, avrebbe deciso di rompere gli indugi formalizzando il sospetto che dietro la ridda di voci, indiscrezioni e rivelazioni che negli ultimi mesi hanno alimentato il dibattito pubblico e il circuito web, si celi la regia di qualcuno intenzionato a inquinare le prove o a orientare artificiosamente gli inquirenti lontano dalla verità. Si tratterebbe, in sostanza, della denuncia di un clima di pressione e di “assedio” che avrebbe spinto i firmatari a chiedere l’intervento della magistratura per fare chiarezza su chi, e con quali obiettivi, stia alimentando questa continua ridda di contronotizie.
Il nodo delle tracce dimenticate e il fiume di carte che torna a galla
Parallelamente a questa mossa sul piano giudiziario, l’inchiesta continua a vivere di colpi di scena che riguardano il reperto più importante, la scena del crimine stessa. Nelle stesse ore in cui si discuteva dell’esposto della famiglia Cappa, emergeva un dettaglio per certi versi sorprendente, che getta ombre sulla completezza dei primi rilievi. Un consulente tecnico chiamato a riesaminare gli atti e i luoghi avrebbe infatti riportato l’attenzione su una traccia di sangue rinvenuta in prossimità dello scarico del lavandino della cucina, una macchia che, a suo dire, sarebbe stata ingiustamente sottovalutata dagli investigatori dell’epoca, in particolare dal Ris di Parma.
Questa ipotesi, laddove venisse confermata da ulteriori accertamenti, avrebbe il potenziale per riscrivere buona parte della dinamica dell’aggressione. Se la macchia non fosse dovuta a un casuale e successivo lavaggio di mani ma fosse residuo del primo impatto violento, significherebbe che l’omicidio potrebbe aver avuto inizio in cucina e non nel soggiorno, come sempre ipotizzato. Una ricostruzione, questa, che si inserisce in un quadro più ampio di riesame del materiale genetico e delle impronte, un lavoro certosino che vede impegnati i consulenti delle parti civili e della difesa e che riguarda anche il famoso computer di Chiara Poggi. Le analisi sul pc della vittima, volte a stabilire con certezza chi lo utilizzasse e quando, sono uno dei cavalli di battaglia dell’attuale fase tecnica, insieme all’esame di vecchi reperti – come gioielli e oggetti personali – la cui catena di custodia è stata messa in discussione, sollevando interrogativi sulla loro utilizzabilità processuale.
Un’indagine nel mirino tra social media e chat investigative
A rendere ancora più complesso il panorama, contribuendo forse a giustificare il ricorso alla Procura da parte dei Cappa, è la pressione esercitata dal circo mediatico e dai social network. Andrea Sempio, il giovane finito nuovamente nel registro degli indagati per questo omicidio, ha recentemente descritto un clima ai limiti del persecutorio, parlando di vere e proprie chat di “seguaci” che monitorano i suoi spostamenti quotidiani per poi condividerli in rete, in un atteggiamento che lui stesso ha paragonato alla partecipazione attiva a una soap opera. Un fenomeno di “giustizia popolare” 2.0 che, se da un lato dimostra quanto il caso continui a tenere banco nell’opinione pubblica a quasi vent’anni dai fatti, dall’altro rischia di inquinare le fonti e di esporre i diretti interessati a una pressione insostenibile.
È in questo humus fatto di indiscrezioni, vecchie intercettazioni riportate alla luce e supposte negligenze peritali che si inserisce l’azione legale della famiglia Cappa. Il loro esposto, a quanto si apprende, non si limiterebbe a contestare un generico clima di ostilità, ma mirerebbe a individuare i responsabili di una presunta regia occulta. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di far verificare alla Procura se determinate fughe di notizie, la riscoperta di elementi già archiviati e la loro strumentale diffusione, non configurino appunto un’ipotesi di reato finalizzata a depistare le indagini, allontanando gli inquirenti da una verità che appare, giorno dopo giorno, sempre più sfuggente e piena di insidie.
I fantasmi del passato giudiziario e i nodi irrisolti
Sullo sfondo di questi nuovi sviluppi, restano le ombre lunghe gettate dalle vicende giudiziarie parallele che hanno coinvolto alcuni magistrati. La recente decisione della Corte di Cassazione di bocciare, per vizi di motivazione e per la sproporzione dei mezzi utilizzati, i tentativi della Procura di Brescia di sequestrare computer e telefoni all’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, nell’ambito di un’inchiesta per corruzione legata proprio alla posizione di Sempio, rappresenta un precedente importante. I giudici hanno censurato la mancanza di criteri selettivi precisi nella ricerca dei dati, definendo l’operazione eccessivamente invasiva e confermando la restituzione dei dispositivi.
Questo capitolo, seppur formalmente separato, contribuisce a creare uno scenario in cui ogni nuovo elemento investigativo viene immediatamente scrutato, criticato o esaltato a seconda dei punti di vista, in una girandola di colpi di scena che rende il percorso verso la verità giudiziaria particolarmente impervio. L’esposto della famiglia Cappa, depositato in questo clima incandescente, rappresenta quindi un tentativo di riportare il dibattito all’interno delle aule di tribunale, chiedendo alla magistratura di distinguere, una volta per tutte, i fatti documentabili dalle voci e dalle speculazioni che da troppi mesi alimentano un torbido alone attorno a uno dei delitti più discussi della cronaca italiana.




