L’estrema destra europea sceglie Gallarate per il summit sulla "remigrazione", tra proteste e polemiche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dopo le proteste che ne hanno fatto cambiare la location iniziale – un albergo nei pressi di Malpensa, a Somma Lombardo – il Remigration Summit, l’incontro internazionale promosso dall’estrema destra europea, punta ora su Gallarate. L’evento, che riunisce movimenti e partiti favorevoli all’espulsione di massa non solo di immigrati irregolari ma anche di cittadini stranieri regolari e dei loro discendenti, ha acceso gli animi, trasformandosi in un caso politico.

«Questa visione si è propagata come un incendio in giro per l’Europa», sostengono i promotori dell’iniziativa, che vede tra i partecipanti figure come Martin Sellner, ideologo dell’identitarismo austriaco, e altri esponenti di spicco dell’ultradestra continentale. Il concetto di "remigrazione", che va ben oltre la semplice opposizione all’immigrazione illegale, prevede infatti il rimpatrio coattivo di chiunque non sia considerato «sufficientemente integrato» o di origine non europea, a prescindere dallo status giuridico.

Matteo Salvini, interpellato sull’argomento durante un evento a Rozzano, ha difeso la libertà di espressione dei partecipanti: «Vietare Remigration? Mica siamo in Urss», ha dichiarato il leader leghista, sottolineando come, a suo avviso, l’immigrazione di massa rappresenti un problema che deve poter essere discusso. Una presa di posizione che, se da un lato ribadisce la distanza formale della Lega dalle tesi più radicali, dall’altro ne conferma la convergenza su alcuni temi chiave, come la retorica securitaria e il controllo delle frontiere.

Intanto, le proteste si moltiplicano. Se da una parte c’è chi vede nel summit una pericolosa normalizzazione di ideologie estremiste, dall’altra gli organizzatori – tra vecchi militanti neofascisti e nuove leve dell’ultranazionalismo – sembrano alimentare la polemica, presentandosi come «perseguitati» dal mainstream politico e mediatico. Quello che emerge, al di là delle dichiarazioni, è un tentativo di dare respiro europeo a un’agenda che, sebbene minoritaria, punta a radicalizzare il dibattito pubblico.

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