La guerra nel Golfo e il conto salatissimo dei voli: rotte chiuse, prezzi alle stelle

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quando i primi missili dell’operazione chiamata “Epic Fury” hanno iniziato a solcare i cieli del Golfo Persico, nelle sale operative delle principali compagnie aeree mondiali — quelle da cui si monitora ogni singolo movimento — è scattato qualcosa di più di un semplice allarme. La guerra, con la conseguente e immediata chiusura degli spazi aerei di paesi come Iran, Iraq, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, ha di fatto tagliato in due il principale ponte di collegamento tra l’Europa e l’Asia, un’arteria attraverso la quale, stando alle analisi di settore citate dagli osservatori, transita qualcosa come il dieci per cento del traffico aereo globale. Le ripercussioni, come era prevedibile, non si sono fatte attendere e hanno assunto i contorni di una tempesta perfetta che sta mettendo in ginocchio i bilanci dei vettori e, allo stesso tempo, facendo lievitare il costo dei biglietti fino a livelli che definire semplicemente “alti” sarebbe riduttivo.

Il raddoppio del carburante e il caos delle tratte alternative

Il problema, per chi deve spostarsi dal Vecchio Continente verso Oriente, è duplice e si auto-alimenta. Da un lato, c’è la questione del carburante: il jet fuel, che incide per circa un quarto o addirittura un terzo sui costi operativi di una compagnia, ha visto il suo prezzo balzare ai massimi degli ultimi quattro anni. Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una percentuale impressionante del petrolio mondiale e dei suoi derivati, ha fatto schizzare le quotazioni, con il premio per il carburante destinato agli aerei che ha toccato livelli storici, arrivando a costare in alcuni mercati asiatici anche il doppio del greggio Brent. Dall’altro lato, e questo è un nodo altrettanto cruciale, c’è la geografia. Con i cieli del Golfo Persico off limits, gli aerei sono costretti a tracciare rotte alternative molto più lunghe, che spesso comportano uno scalo tecnico aggiuntivo — magari al Cairo o a Riyadh — per rifornirsi, dato che alcuni aeroporti dell’area, come quello di Muscat in Oman, si sono trovati improvvisamente congestionati e in difficoltà con le consegne di carburante.

Quarantamila voli cancellati e l’effetto domino sulle tariffe

Il quadro, già di per sé complesso, si è ulteriormente aggravato con la paralisi totale dei grandi hub del Golfo. In pochi giorni, il numero di voli cancellati a livello globale ha superato quota quarantamila, con compagnie come la tedesca Lufthansa e la low-cost ungherese Wizz Air che hanno dovuto rivedere completamente i loro piani operativi, sospendendo tutte le tratte da e per Israele, Giordania, e le stesse città emiratine come Dubai e Abu Dhabi. Emirates e Qatar Airways, i cui aerei solcavano quei cieli con una frequenza impressionante, si sono ritrovate con l’80% della flotta a terra, limitandosi a operare voli di rimpatrio per i propri cittadini bloccati all’estero. Questa improvvisa e drastica riduzione dell’offerta — basti pensare che prima del conflitto solo dall’aeroporto di Dubai partivano oltre mille voli al giorno — ha innescato un’impennata dei prezzi sulle rotte alternative che non ha precedenti nella storia recente dell’aviazione civile.

Il balzo del 900% su Milano e Francoforte: la fotografia di una crisi

La conseguenza diretta di questa doppia morsa — costi alle stelle e capacità di trasporto azzerata — è sotto gli occhi di tutti, ed è fotografata dall’andamento delle tariffe. Prendiamo il caso del collegamento tra Singapore e Milano: analizzando i dati delle prenotazioni si scopre che chi aveva acquistato un biglietto per il 4 marzo solo due giorni prima, il 2 marzo, lo pagava 254 euro. Il giorno successivo, il 3 marzo, il prezzo minimo per lo stesso volo era schizzato a 1.876 euro, con un incremento del 639%. Un balzo percentuale che impallidisce però di fronte a quanto successo sulla tratta Singapore-Francoforte: in sole ventiquattr’ore si è passati da 398 a 7.582 euro, un rincaro dell’1.805%, reso ancora più amaro dal fatto che l’unica opzione disponibile fosse in classe business con uno scalo intermedio a Parigi. Hong Kong, un altro degli hub nevralgici, ha visto i prezzi per l’Italia aumentare di oltre il 200%, mentre per la stessa Francoforte si è toccato un +905% e per Parigi un +295%. Numeri che, al di là della loro impressionante grandezza, raccontano di migliaia di passeggeri — uomini d’affari in trasferta, famiglie in vacanza, studenti — che si sono trovati all’improvviso a dover riorganizzare i propri viaggi in un contesto di incertezza e costi proibitivi.

I vettori asiatici e turchi pescano nel vuoto lasciato dai big del Golfo

Di questa crisi, come accade in ogni guerra, c’è anche chi sta provando a trarre vantaggio. Mentre i colossi del Golfo contano i danni — si parla di perdite per oltre due miliardi di dollari solo nei primi quattro giorni tra mancati ricavi, costi di riprotezione dei passeggeri e minori introiti dal cargo — altri vettori stanno vivendo un’improvvisa e inaspettata stagione di vacche grasse. Turkish Airlines, grazie alla sua posizione geografica e all’hub di Istanbul che rimane operativo, sta assorbendo gran parte del traffico che normalmente transitava per Dubai o Doha. Ma non è l’unica: le compagnie asiatiche come Singapore Airlines, Cathay Pacific e i vettori cinesi stanno registrando un’impennata delle prenotazioni sulle direttrici Est-Ovest. La loro capacità, però, non è infinita, e gli analisti avvertono che se la chiusura dello spazio aereo mediorientale dovesse protrarsi, l’intero sistema potrebbe andare in tilt, con un’ulteriore stretta sui prezzi e la prospettiva di dover effettuare due o anche tre scali per raggiungere una destinazione che fino a poche settimane fa era raggiungibile con un comodo volo diretto.

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