La guerra di Trump all’Iran, un conto salatissimo: 22 miliardi in cinque settimane e l’Europa che aiuta (senza farsi vedere)
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Redazione Esteri
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C’è un numero, per ora, che restituisce la dimensione (almeno finanziaria) di questa guerra voluta da Trump contro l’Iran: un’operazione che, stando alle stime più caute, è costata al contribuente americano non meno di 22,3 miliardi di dollari in poco più di un mese. A fornire il dato, ripreso e diffuso dal Financial Times, è Elaine McCusker, una delle firme più autorevoli in materia di bilanci militari (già al Pentagono, oggi all’American Enterprise Institute), la quale ha provato a mettere nero su bianco i conti di quella che ormai è a tutti gli effetti una campagna bellica su larga scala. Una cifra, questa, che potrebbe addirittura lievitare fino a toccare i 31 miliardi se si considerano tutte le voci in gioco, a partire dalle spese per il trasferimento di reparti e mezzi corazzati nel Medio Oriente – iniziato già a fine dicembre – fino ad arrivare al capitolo, drammaticamente consistente, dei danni bellici e della sostituzione delle attrezzature andate distrutte.
Missili, aerei e carri armati: il prezzo (altissimo) della “Epic Fury”
Per capire la portata di questi costi, forse, bisogna provare a scomporli: solo la voce relativa alla riparazione del materiale danneggiato o alla sostituzione di quello perso assorbe una forbice compresa tra i 2,1 e i 3,6 miliardi di dollari. Una frazione del totale, certo, ma che racconta di attacchi subiti e di una logistica portata allo stremo. In mezzo a questi conti, che non tengono conto – è bene ricordarlo – delle ore di volo o degli stipendi dei soldati, ci sono le conseguenze di una guerra che ha già visto perdite significative in termini di mezzi: i riflettori, in queste settimane, si sono accesi sugli incidenti che hanno coinvolto alcuni tra i velivoli più avanzati dello scacchiere, come i caccia F-15 e gli F-35, senza dimenticare i droni MQ-9 Reaper, veri e propri gioielli della tecnologia che stanno cadendo (o vengono abbattuti) a un ritmo superiore al previsto. E se il Pentagono ha dovuto chiedere fondi supplementari per rimpiazzare l’arsenale consumato da quella che è stata definita “Operazione Epic Fury”, il dato più rilevante forse è un altro: il conflitto, in una sua fase ancora acuta, costa centinaia di milioni di dollari al giorno.
L’incognita Hormuz e il silenzio (assordante) della Nato
Sullo sfondo di questo stillicidio economico, che ricorda per certi versi le dinamiche dei conflitti asimmetrici del passato recente, si muovono le pedine della diplomazia e degli equilibri interni all’Alleanza Atlantica. L’amministrazione Trump, infatti, ha dovuto fare i conti con un sostegno europeo che potremmo definire “a corrente alternata”: se da un lato nazioni come il Regno Unito, l’Italia, la Germania e il Portogallo (e in una certa misura la Francia) stanno fornendo un supporto logistico, anche se in sordina, dall’altro emergono crepe significative, come nel caso della Spagna, che ha scelto di non allinearsi totalmente. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal in un’analisi firmata da Linas Kojala e Vytautas Leskevicius, gli alleati della Nato starebbero sostenendo “silenziosamente” gli Stati Uniti, cercando di non esporsi direttamente sul fronte mediatico ma contribuendo, nei fatti, all’operazione. Una scelta, questa, che fotografa una tensione interna all’alleanza: aiutare Trump nella sua guerra, per paura di indebolire il patto transatlantico, ma senza gridarlo troppo forte per non scontentare le opinioni pubbliche nazionali.
Il punto di svolta: un webinar e la guerra vista da Lecco
Mentre i generali fanno i conti con i bilanci e i vertici Nato gestiscono le contraddizioni politiche, c’è chi prova a tenere accesi i riflettori sul quadro generale con strumenti più agili e immediati. È il caso del webinar organizzato da Lombardia in Azione, previsto per il 7 aprile 2026, e intitolato “IRAN 2026: una guerra nel Golfo che ridefinisce l’equilibrio globale”. Un’iniziativa – spinta dalla sezione di Azione Lecco e da figure come Giuseppe Lanzillotti e Andrea Zanoni – che mira ad analizzare le cause profonde del conflitto, scavando nelle implicazioni legali e in quelle prospettive di stabilità che, al momento, appaiono più nebulose che mai. Parallelamente, il mondo dell’informazione si sta organizzando per orientare il pubblico nel caos informativo: il Foglio, ad esempio, ha annunciato una diretta sul conflitto per l’8 aprile, coinvolgendo firme come Matteo Matzuzzi e Luca Gambardella nel tentativo di separare i fatti (come quei 22 miliardi di dollari) dal “rumore di fondo” delle narrazioni di guerra. Un tentativo, insomma, di capire dove stiamo andando, mentre la calcolatrice del Pentagono continua a girare senza sosta.




