L’Iran dopo l’assassinio di Khamenei e il conto salatissimo della guerra per gli Stati Uniti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Milioni di fedeli sciiti in tutto il mondo si preparano a commemorare l’Ashura, il decimo giorno del mese di Muharram, che quest’anno cade il 27 giugno. Ricorre il 1346º anniversario del martirio di Husayn ibn Ali, nipote del profeta Mohammad, e della sua piccola carovana di familiari e seguaci, trucidati nella piana di Karbala.

Un evento che rappresenta il momento fondativo e più drammatico della memoria collettiva sciita, ma che nel 2026 assume per l’Iran un peso inedito e gravissimo, perché la commemorazione arriva all’indomani dell’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, ucciso in circostanze che hanno scosso le fondamenta stesse del regime di Teheran.

Il costo della guerra: 40 miliardi di dollari e un'altra stangata sulle famiglie americane

Mentre le cerimonie religiose prendono il via nelle moschee e nelle piazze, la macchina bellica statunitense continua a macinare cifre da capogiro. L’amministrazione Trump ha già speso tra i 34 e i 42 miliardi di dollari per le operazioni militari contro l’Iran, una cifra che riguarda esclusivamente i costi aggiuntivi legati ai raid e alle missioni in corso, non coperti né dal budget del 2026 né dalle previsioni per il 2027.

A queste voci, che non includono le spese già stanziate nel bilancio ordinario del Dipartimento della Difesa, si aggiunge un altro capitolo destinato a pesare direttamente sulle tasche dei contribuenti statunitensi: secondo le stime del Center for Strategic and International Studies, il conto per le famiglie americane potrebbe lievitare ulteriormente, fino a 40 miliardi aggiuntivi, a causa dell’inevitabile aumento del prezzo della benzina e delle ripercussioni sull’inflazione interna.

Una previsione che trasforma il conflitto in un doppio salasso, pubblico e privato, e che alimenta il dibattito sull’effettiva sostenibilità di un’offensiva così estesa e costosa.

Una guerra illegale, ma con il silenzio (quasi) complice dell'Europa

Fin dai primi attacchi contro la leadership della Repubblica islamica, gli Stati Uniti e Israele hanno condotto quella che molti giuristi internazionali definiscono una guerra illegale, in palese violazione degli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni Unite, che sanciscono il divieto di violare la sovranità di un altro Stato.

L’alleanza tra Washington e Tel Aviv, secondo gli analisti, ha potuto agire con relativa impunità proprio perché consapevole di un dato politico di fondo: le nazioni europee e gli alleati del Golfo, nonostante le formali dichiarazioni di principio, avrebbero scelto la strada del silenzio o della condanna tiepida, senza tradurla in azioni concrete per fermare l’escalation.

Un’omertà diplomatica che ha di fatto legittimato l’uso della forza, lasciando all’Iran poche armi, se non quelle della rappresaglia militare e della resistenza interna, per fronteggiare un attacco che ha già decapitato il suo vertice religioso e politico.

L'ennesima guerra persa? L'analisi (preveggente) di William Lind

Gli Stati Uniti possiedono l’esercito più potente del mondo, come non mancano di ricordare politici, analisti e alti ufficiali a stelle e strisce. Eppure, la storia militare americana degli ultimi ottant’anni è costellata di sconfitte o di vittorie mancate, e il conflitto iraniano sembra inscriversi perfettamente in questa paradossale tradizione. A richiamare il paradosso era stato, prima ancora che la sconfitta in Iran diventasse conclamata, lo studioso William Lind su The American Conservative, in un articolo che merita di essere riletto per la sua lucidità.

Lind ricordava che, nella Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti vinsero sì la guerra del Pacifico, ma fu l’Armata Rossa a vincere quella in Europa, schierando 500 divisioni contro le 350 tedesche e le appena 90 divisioni americane dislocate su entrambi i fronti. Una lezione di umiltà che, secondo l’analista, gli Stati Uniti hanno sistematicamente ignorato in Corea, in Vietnam, in Iraq e in Afghanistan, e che ora rischia di ripetersi anche in Iran, dove la superiorità tecnologica e di fuoco non sembra tradursi in una capacità di controllo politico e territoriale duraturo.

L’assassinio di Khamenei ha aperto una fase di caos e incertezza, ma non ha spezzato la coesione del sistema clerico-militare iraniano, che anzi sta cercando di trasformare la commemorazione dell’Ashura in un momento di rinnovata mobilitazione popolare contro l’aggressore esterno.

Mentre le navi da guerra statunitensi pattugliano lo Stretto di Hormuz e i droni israeliani continuano le ricognizioni oltre confine, il vero banco di prova resta la capacità dell’Iran di resistere all’urto senza implodere, e quella degli Stati Uniti di gestire un conflitto che già pesa come un macigno sulle finanze pubbliche e sulla vita quotidiana dei cittadini. La storia, come ammoniva Lind, insegna che le guerre non si vincono solo con i bombardamenti, ma con la pazienza, la diplomazia e il consenso interno, elementi che in questo scenario appaiono più fragili che mai.

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