Clawdbot diventa Moltbot, l'infostealer camuffato da Agentic AI cambia pelle: come proteggersi
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Nelle ultime settimane, mentre il dibattito sull'intelligenza artificiale agentica si infiamma, un software open source ha catturato l'attenzione di molti appassionati, promettendo di essere un assistente personale in grado di operare in autonomia sul proprio dispositivo. Quel software, inizialmente noto come Clawdbot, ha però suscitato immediato allarme tra gli analisti di cybersecurity, i quali ne hanno smascherato la vera natura: un infostealer, cioè un malware progettato per sottrarre dati sensibili. A seguito di una controversia legale per la somiglianza del nome con il modello Claude di Anthropic, il progetto ha cambiato identità, ribattezzandosi Moltbot, ma le perplessità degli esperti restano intatte, se non accresciute da quello che viene percepito come un mero tentativo di depistaggio.
La duplice faccia dell'agente autonomo
La promessa, allettante per molti, è quella di un agente in grado di compiere azioni complesse al posto dell'utente, interagendo direttamente con le applicazioni del computer. Questa caratteristica, che rappresenta l'evoluzione oltre i chatbot conversazionali, richiede però concessioni di permessi estremamente ampie, trasformando di fatto il software in un'entità con accesso potenziale a ogni angolo del sistema operativo e della memoria digitale personale. Proprio qui si annida il rischio principale, poiché, come sottolineato da Alessandro Curioni, fondatore di DI, "affidare la propria identità digitale a un agente di IA 'personale' è un po' come consegnare le chiavi di casa a uno sconosciuto perché promette di annaffiare le piante". La domanda che molti si pongono, dunque, verte sulle reali motivazioni che potrebbero spingere un utente a installare volontariamente uno strumento del genere, considerate le poche garanzie e le molte vulnerabilità accertate.
L'allarme della sicurezza e la risposta tecnologica
L'avvertimento a non utilizzare il software è stato lanciato pubblicamente e con forza da Heather Adkins, vicepresidente della sicurezza di Google Cloud, la quale ha definito senza mezzi termini Clawdbot un "malware che ruba informazioni mascherato da assistente personale AI". Questo giudizio perentorio, supportato da analisi tecniche di altri esperti, ha spinto alcuni sviluppatori a cercare soluzioni per mitigare i pericoli, senza dover necessariamente rinunciare alla funzionalità agentica. È in questo contesto che emerge uno strumento come Moltworker, un middleware sviluppato per Cloudflare con l'obiettivo dichiarato di creare un ambiente di esecuzione sicuro per agenti come Moltbot. Il suo funzionamento si basa su principi di isolamento rigoroso e sandboxing, oltre all'implementazione di controlli di tipo Zero Trust e alla protezione delle chiavi API, misure che, prese insieme, mirano a ridurre in modo drastico la superficie di attacco che un agente autonomo inevitabilmente espone.
Il panorama in continua evoluzione
La vicenda di Clawdbot-Moltbot non costituisce un caso isolato, ma piuttosto un esempio paradigmatico delle sfide che accompagnano l'innovazione nel campo dell'AI agentica. Mentre le capacità di questi strumenti avanzano, creando fascino e aspettative, parallelamente si moltiplicano le opportunità per attori malevoli di sfruttare l'entusiasmo degli utenti per fini illeciti. La rinominazione del progetto, di per sé, non modifica la sua architettura di fondo né cancella le criticità segnalate, rendendo essenziale un approccio di prudenza estrema. La risposta tecnologica, come dimostrato dallo sviluppo di middleware specializzati, prova a correre ai ripari, ma la difesa più efficace rimane una diffusa consapevolezza dei rischi insiti nel concedere privilegi illimitati a software di provenienza non verificata, per quanto allettanti possano essere le sue promesse funzionali.




