Mazzi promosso al turismo, la scelta prudente di Meloni per blindare il governo
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Redazione Interno
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Tormentata dalla consapevolezza di aver portato al governo una classe dirigente inadeguata ed esposta alle gaffe, stavolta Giorgia Meloni ha giocato d’astuzia. La casella del Turismo lasciata vuota – tra le polemiche e le dimissioni ormai inevitabili – da Daniela Santanchè è andata così a Gianmarco Mazzi, ex sottosegretario alla Cultura che ha giurato ieri mattina al Quirinale. Una scelta a sorpresa, se si considera che fino a dodici ore prima circolavano nomi ben diversi, ma profondamente meditata dalla premier per chiudere una volta per tutte lo spettro di un rimpasto e garantire quella continuità che, almeno sulla carta, serve a rassicurare un settore strategico come quello turistico, messo a dura prova da un clima di instabilità geopolitica.
Dalla regia di Sanremo ai conflitti di interesse, il profilo del nuovo ministro
Classe 1960, veronese di Borgo Trento, Mazzi porta in dote un bagaglio di relazioni notevoli e una discrezione che rappresenta l’antitesi dello stile vistoso della sua predecessora. Produttore musicale di lungo corso, è stato l’artefice del rilancio di Adriano Celentano e il direttore artistico di ben sei edizioni del Festival di Sanremo; ma è anche l’uomo che, negli ultimi anni, ha gestito le nomine delle fondazioni lirico-sinfoniche, suscitando non poche polemiche per la riforma che ha accentrato il potere nelle mani del governo. Se sui social qualcuno lo deride ricordando che trent’anni fa sarebbe stato l’autista del Molleggiato, a destra come a sinistra molti riconoscono la sua abilità nel tessere alleanze: è amico di Gianni Morandi come di Ignazio La Russa, e la sua nomina, in continuità con quella di Santanchè, ripropone il medesimo “profumo” di conflitti di interessi che aveva caratterizzato la gestione del dicastero, un elemento questo che non è sfuggito agli osservatori più attenti.
Critiche dal mondo dell’opera e il caso della nomina Venezi
Oltre al diretto interessato, ci sono altre persone felici della sua ascesa: quasi certamente non quelle che lavorano nel mondo dell’opera, dove l’opinione sull’ex sottosegretario con delega allo Spettacolo è più o meno quella che l’erba aveva di Attila. Il suo operato al Ministero della Cultura non è stato esente da ombre; basti pensare al pasticcio della nomina di Beatrice Venezi alla Fenice o alla dichiarazione, poi prontamente cancellata dai suoi collaboratori, secondo cui “l’opera nasce nella civiltà pre-elettrica”. Un passo falso che ha alimentato le critiche di chi lo accusa di essere più interessato al palcoscenico pop che alla tutela delle eccellenze culturali tradizionali, anche se la sua carriera, costellata da successi con Vasco Rossi e Dario Fo, dimostra una capacità trasversale di muoversi tra generi e ideologie diverse.
Il blitz di Palazzo Chigi e la strategia della prudenza
L’annuncio, arrivato durante un Consiglio dei ministri lampo convocato per prorogare il taglio delle accise, ha colto di sorpresa anche molti ministri. In apertura di riunione, Meloni ha comunicato che Mazzi lasciava il posto di sottosegretario alla Cultura per prendere l’incarico lasciato da Santanchè, le cui dimissioni erano state firmate il 25 marzo al termine di un lungo braccio di ferro. Una scelta, quella della premier, che mira a blindare l’esecutivo evitando pericolose fibrillazioni interne; del resto, Mazzi è un fedelissimo che dichiara poco e tiene le redini dall’interno senza esporsi, caratteristiche opposte a quelle della Santanchè, che aveva portato il suo stile spavaldo al ministero nonostante le inchieste giudiziarie a suo carico. E mentre l’ex ministra posta sui social messaggi di congratulazioni (“fiera di aver ricoperto questo incarico”), l’opposizione attacca, definendo la nomina una semplice redistribuzione di poltrone tra i fedelissimi di Fratelli d’Italia. Per Mazzi, comunque, si tratta di un incarico a tempo: l’obiettivo dichiarato, almeno secondo i bene informati, resta la corsa a sindaco della sua Verona.




