Il pressing della Ue sulle banche che finanziano il petrolio russo si scontra con il fronte del no di Grecia e Italia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La complessa architettura delle sanzioni europee torna a mostrare le sue crepe proprio mentre a Ginevra si susseguono gli incontri per trovare una via d’uscita dal conflitto. La proposta avanzata dalla Commissione Europea, volta a penalizzare quei porti e quegli istituti di credito stranieri ancora attivi nell’intermediazione per la vendita di petrolio di origine russa, ha infatti sollevato più di una perplessità in seno al Consiglio, incontrando una resistenza che rischia di vanificare gli sforzi compiuti da Bruxelles per chiudere ulteriori rubinetti del finanziamento alla macchina da guerra del Cremlino -5. Secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, non si tratta di un dissenso isolato, bensì di un vero e proprio schieramento trasversale che vede Grecia e Malta opporsi con decisione all’ipotesi di un divieto totale di fornire qualsivoglia servizio – assicurativo, di intermediazione o di trasporto – per le forniture marittime di greggio provenienti dalla Federazione Russa. A queste due nazioni, storicamente legate al comparto marittimo e alla gestione delle flotte, si aggiungono le rimostranze dell’Italia e dell’Ungheria, il cui dissenso si appunta in particolare contro le misure restrittive che colpirebbero lo scalo georgiano di Kulevi, snodo cruciale per gli approvvigionamenti energetici di alcune aree del continente -5.

Proprio mentre a Ginevra si consumava l’ennesima giornata di colloqui – definiti "difficili ma professionali" dalla delegazione russa guidata da Vladimir Medinsky, e seguiti da una riunione a porte chiuse con i rappresentanti di Kiev – il quadro negoziale si complica ulteriormente per la concomitanza di iniziative diplomatiche e ostacoli procedurali -1-9. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, pur riconoscendo qualche progresso sul piano militare, ha escluso categoricamente un ritiro delle proprie truppe dal Donbass, mentre la portavoce della diplomazia ucraina ha annunciato che il Paese non prenderà parte alla cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici, ennesimo segnale di una tensione che non accenna a diminuire -5. Nel frattempo, la premier Giorgia Meloni, in un'intervista a SkyTg24, ha rivendicato il lavoro italiano sul fronte delle garanzie di sicurezza per Kiev, parlando di "importanti passi in avanti" e citando la proposta di un meccanismo difensivo ispirato all'articolo 5 del Patto Atlantico, pur sottolineando come da Mosca giungano ancora "pretese irragionevoli" per il raggiungimento di una pace giusta -5.

L’offensiva diplomatica di Kallas e l’ombra lunga delle sanzioni Trump

A complicare il mosaico delle trattative arriva la mossa dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, che ha predisposto un documento – destinato al prossimo Consiglio Affari Esteri – nel quale si elencano le concessioni da richiedere al Cremlino qualora l’Unione Europea dovesse ottenere un seggio al tavolo negoziale. Le richieste contenute nella bozza sono ambiziose e toccano nervi scoperti della sicurezza regionale: si parla del divieto della presenza militare russa non solo in Ucraina, ma anche in Bielorussia, nella Repubblica di Moldavia, in Georgia e in Armenia, oltre a una significativa limitazione delle forze armate di Mosca -4-8. Si tratta di una posizione che mira a ridefinire gli equilibri dell'intero scacchiere post-sovietico, ma che rischia di allungare ulteriormente i tempi di una mediazione già di per sé estremamente complessa.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump – tornato alla Casa Bianca – ha firmato la proroga per un altro anno di alcune sanzioni nei confronti della Russia, un atto dovuto più che una stretta, come confermato dalla lettura dei documenti ufficiali che estendono le misure introdotte dalle amministrazioni Obama e Biden, e dalla stessa prima amministrazione Trump nel 2018 -2-6. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato la decisione con una certa freddezza, definendola una "decisione abbastanza automatica" e priva di particolari sorprese, proprio mentre si discute della creazione di un gruppo di lavoro economico bilaterale tra Mosca e Washington -10. Il paradosso è evidente: si negozia su fronti molteplici – dalla pace in Ucraina alla ripresa dei rapporti commerciali – ma l’impalcatura delle sanzioni, vecchia e nuova, rimane in piedi, con l’Europa che cerca di ritagliarsi un ruolo da protagonista senza però riuscire a superare i veti incrociati dei suoi stessi membri.

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