L’imprevista distensione fra Usa e Iran si scontra con nuove sanzioni sul petrolio
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Redazione Esteri
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La prima tornata di colloqui in Oman, definiti da fonti di Teheran come iniziata sotto buoni auspici, sembrava poter aprire una fase di dialogo, seppur precario, fra due storici avversari. Quell’ottimismo, tuttavia, è stato quasi immediatamente offuscato da una mossa di Washington che riaccende le tensioni: l’annuncio di ulteriori e pesanti multe sul greggio iraniano, accompagnato dall’invito rivolto ai cittadini americani a lasciare il Paese sciita. Si tratta, in effetti, di una distensione assai traballante e contraddittoria, dove ai segnali di apertura si mescolano gesti di una fermezza che non ammette deroghe, delineando un quadro diplomatico complesso e volatile.
Il piano in cinque punti e le divergenze strategiche
Al centro dei negoziati, che hanno visto le delegazioni sedersi al tavolo alle sette del mattino ora italiana, vi è un articolato piano in cinque punti, volto a scongiurare il pericolo di un conflitto armato. Le posizioni di partenza, come spesso accade in simili frangenti, rivelano però un approccio differente, se non divergente: l’Iran, infatti, intende concentrare le discussioni esclusivamente sul dossier nucleare, considerandolo – a ragione – il cuore della controversia. Gli Stati Uniti, dal canto loro, spingono per allargare il tavolo negoziale includendo la spinosa questione dei missili balistici a lunghissimo raggio, i cui sviluppi tecnologici, secondo Washington, rappresenterebbero una minaccia diretta e potenzialmente cruciale in uno scenario di guerra.
Le reazioni regionali e l’ottimismo di Trump
La delicatissima partita, che tiene col fiato sospeso un’intera regione, ha prodotto reazioni contrastanti fra gli attori più direttamente coinvolti. Da una parte, la Turchia esercita una decisa pressione per una de-escalation, conscia dell’instabilità che un conflitto genererebbe ai suoi confini. Dall’altra, Israele osserva l’evolversi dei colloqui con profonda apprensione, tanto da aver anticipato ieri sera una riunione di gabinetto straordinaria per valutare gli sviluppi. In questo mosaico di timori e speranze, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso un giudizio sorprendentemente positivo, dichiarando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One che i colloqui sono stati “molto buoni” e che “sembra che l’Iran voglia davvero raggiungere un accordo”.
L’ordine esecutivo sui dazi e la ferma risposta iraniana
La complessità del momento negoziale è emersa con chiarezza poche ore dopo quelle dichiarazioni, quando Trump ha firmato un ordine esecutivo che conferisce alla Casa Bianca il potere di imporre dazi fino al 25% sui beni importati da quei Paesi che continuano a commerciare con l’Iran, colpendo in particolare gli acquirenti del suo petrolio. Una mossa, questa, che mira a stringere ulteriormente la tenaglia economica su Teheran, mentre il tycoon ribadiva con forza il principio che l’Iran non dovrà mai possedere armi atomiche. Una posizione che il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha prontamente controbattuto, rivendicando con toni perentori il “diritto” della Repubblica Islamica a proseguire il suo programma di arricchimento dell’uranio, considerato – al di là delle polemiche internazionali – un pilastro della sovranità nazionale.




