Victoria, una legge garantisce due giorni di smart working: cosa cambia per i dipendenti
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Redazione Esteri
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Il parlamento dello Stato australiano di Victoria, la cui capitale Melbourne ospita i quartier generali di colossi come BHP, Rio Tinto e ANZ Bank, ha dato il via libera a una misura destinata a riscrivere le abitudini di milioni di lavoratori. A partire dal primo settembre, per chi svolge professioni in cui è praticabile, scatta il diritto legale a due giorni di lavoro da remoto alla settimana. La premier laburista Jacinta Allan ha spiegato come l’obiettivo, almeno nelle intenzioni del governo, sia quello di sostenere le famiglie, alleggerendo i bilanci domestici dalle spese di trasporto e restituendo tempo alla vita privata. L’iniziativa, che andrà a incidere su un tessuto produttivo già abituato a forme di flessibilità, non è però passata inosservata nel dibattito pubblico e ha subito polarizzato le opinioni di sindacati e controparti datoriali.
La nuova normativa, che modificherà l’Equal Opportunity Act, si applicherà a tutte le realtà lavorative, ma con tempistiche differenziate per lasciare il tempo di adeguarsi. Mentre le grandi aziende dovranno adeguarsi già da settembre, quelle con meno di quindici dipendenti godranno di una proroga fino al primo luglio 2027. Il meccanismo prevede che, in caso di controversia sulla concessione dello smart working, la questione possa essere sottoposta alla Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani del Victoria per un tentativo di conciliazione, prima di un eventuale approdo al tribunale civile e amministrativo. Una procedura, questa, che intende fornire strumenti chiari ai dipendenti e scongiurare interpretazioni discrezionali da parte dei manager, non sempre allineati con questa visione.
Non sono mancate, infatti, le critiche da parte del mondo imprenditoriale, che vede in questa imposizione normativa un potenziale freno agli investimenti e un ulteriore ostacolo alla ripresa della produttività. Il Business Council of Australia, che riunisce gli amministratori delegati di oltre centotrenta grandi società, ha bollato l’approccio del governo come una misura calata dall’alto e controproducente, in un momento in cui l’inflazione e il costo della vita mettono già a dura prova il sistema economico. A queste voci si aggiungono quelle di alcune associazioni di categoria, preoccupate che l’obbligo di legge possa persino spingere alcune imprese a delocalizzare le proprie attività in altri Stati del continente, dove il lavoro da remoto non è garantito con la stessa forza.




