Petrolio a 113 dollari, Bitcoin vola a 80mila. La tregua regge, ma il mercato non ci crede

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prezzo del Brent si è assestato ieri attorno ai 113 dollari al barile, un livello che, se da un lato segna una lieve flessione dopo il balzo del 5,8% della seduta precedente, dall’altro continua a tenere il mondo della finanza con il fiato sospeso. Questa stabilizzazione, per quanto possa sembrare un segnale di distensione, è in realtà solo la calma apparente dopo un fine settimana di fuoco: l’attacco missilistico iraniano contro il terminal petrolifero di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, ha riacceso la miccia delle tensioni sullo stretto di Hormuz.

E mentre i trader monitorano la sempre più fragile tregua di quattro settimane tra Stati Uniti e Iran – una pace più teorica che concreta, vista la continua rincorsa tra provocazioni e schermaglie militari – lo scenario energetico globale mostra crepe preoccupanti. A lanciare l’allarme è stata Goldman Sachs, i cui analisti hanno evidenziato come le scorte globali di petrolio si stiano rapidamente avvicinando ai minimi degli ultimi otto anni. In particolare, la velocità di riduzione delle scorte di prodotti raffinati, come nafta e jet fuel, supera ogni previsione: a Fujairah, ad esempio, le scorte di nafta sono crollate del 72% dalla fine di febbraio. Non si tratta solo di un problema di quantità assoluta di greggio, ma di un deficit localizzato che rischia di paralizzare intere filiere industriali in Asia ed Europa, dove i depositi di carburante per aerei potrebbero scendere sotto la soglia critica di 23 giorni già a giugno.

Le borse asiatiche in stand-by, Wall Street sorride grazie alle trimestrali

Con le principali piazze asiatiche – Tokyo, Shanghai e Seul – chiuse per festività, la liquidità nella regione Asia-Pacifico si è ridotta a un rivolo, amplificando la volatilità degli scambi. I pochi mercati aperti nel continente hanno mostrato una tendenza al ribasso, schiacciati dal peso dell’incertezza geopolitica che offusca le prospettive economiche della regione. Tuttavia, a distanza di migliaia di chilometri, il sentiment che prevale a Wall Street è di segno opposto. I future sugli indici statunitensi viaggiano in territorio positivo, spinti da una stagione delle trimestrali che sta superando le aspettative più rosee degli analisti.

La forza degli utili aziendali, cresciuti di circa il 15% nel primo trimestre del 2026, sta fungendo da scudo contro le intemperie provenienti dal Golfo Persico. Le grandi ration americane, avvantaggiate anche dall’essere esportatrici nette di energia in questo specifico contesto di caro petrolio, dimostrano una resilienza che lascia perplessi molti osservatori. Come notano gli strateghi di BlackRock, però, la domanda chiave resta una: questa forza potrà estendersi oltre il colosso tecnologico? Per ora, il Nasdaq continua a veleggiare vicino ai massimi storici, un segnale che gli investitori scommettono su una risoluzione del conflitto a breve termine, nonostante le oggettive difficoltà sul campo.

Project Freedom sotto osservazione, intanto Bitcoin scavalca quota 80mila

La variabile fondamentale che mantiene il mercato in bilico rimane l’esito dell’operazione "Project Freedom" voluta dalla Casa Bianca. L’invio di una scorta navale per le petroliere che attraversano Hormuz rappresenta un test decisivo per la credibilità della potenza americana nella regione. Se lunedì il transito di una prima nave battente bandiera Usa è avvenuto senza intoppi – portando a un’effimera riduzione del premio al rischio – la situazione resta esplosiva. Il fatto che i missili iraniani abbiano centrato proprio Fujairah, un nodo logistico cruciale situato strategicamente fuori dallo Stretto utilizzato come valvola di sfogo alternativa, dimostra la capacità di Teheran di colpire gli interessi occidentali ovunque, rendendo illusoria l’idea di una "zona protetta".

In questo contesto di caos controllato, la sorpresa è arrivata dal mondo delle criptovalute. Il Bitcoin ha infranto la barriera psicologica degli 80mila dollari, toccando i massimi da tre mesi a questa parte. Con il dollaro stabile e l’oro in rialzo, la criptovaluta sembra beneficiare paradossalmente della situazione: da un lato viene percepita come un rifugio alternativo rispetto a valute "fiat" sempre più esposte all’inflazione energetica; dall’altro, la speculazione cavalca l’ipotesi che la fine del conflitto sia vicina, spingendo gli asset rischiosi al rialzo.

Il duello sullo Stretto e la cronaca nera delle infrastrutture

Non c’è però solo finanza in questa storia. L’attacco al terminal di Fujairah appartiene a pieno titolo a quella che potremmo definire la "cronaca nera" delle infrastrutture globali. Colpire l’oleodotto Habshan-Fujairah – attraverso il quale transitano circa 1,7 milioni di barili al giorno, pari all’1,7% della domanda globale – significa sabotare l’export emiratense senza colpire direttamente una nave. È una strategia asimmetrica che mira a dimostrare la vulnerabilità delle rotte logistiche, un’indagine investigativa sul campo che i giudici della geopolitica dovranno analizzare con attenzione. La chiusura di fatto di Hormuz, con le navi costrette a bloccarsi o a rischiare il passaggio sotto scorta, sta ridisegnando le mappe del commercio globale, e il recente utilizzo delle riserve strategiche americane non basta più a calmare gli animi. Finché il "Project Freedom" non dimostrerà sul campo la sua capacità di garantire flussi costanti, il prezzo del barile resterà intrappolato in un range elevato, condannando i mercati a oscillare tra l’ebbrezza degli utili record e l’incubo della scarsità.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.