Petrolio sopra i 103 dollari e borse in ordine sparso: lo stallo su Hormuz tiene in scacco i mercati, mentre Stm vola a Milano e Parigi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Lo stop nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, unito alle tensioni ancora alte nello Stretto di Hormuz, ha riportato il prezzo del greggio stabilmente sopra la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, un livello che non si vedeva da due settimane e che ora, come spesso accade in questi frangenti, inquina il sentiment degli investitori globali. Il Brent per la consegna di giugno, nonostante una breve frenata nelle contrattazioni asiatiche, ha archiviato la seduta con un rialzo di oltre l’1%, toccando i 103,23 dollari al barile, mentre il greggio statunitense ha guadagnato quasi 4 dollari dall’inizio della settimana.

L’impasse diplomatica e il blocco navale fanno salire il prezzo del greggio

Il mancato progresso sui colloqui di pace, nonostante l’ennesima estensione del cessate il fuoco voluta dal presidente Trump su richiesta dei mediatori pachistani, continua a pesare come un macigno sulle aspettative di una rapida normalizzazione dei flussi energetici. Le restrizioni al traffico commerciale imposte da entrambe le parti – con la marina americana che mantiene un blocco navale e l’Iran che, di fatto, controlla il transito nella via d’acqua – hanno di fatto ridotto la capacità di transito di una rotta che, prima del conflitto, garantiva circa un quinto del petrolio globale giornaliero. A complicare ulteriormente il quadro, fonti marittime hanno confermato l’intercettazione di almeno tre petroliere iraniane in acque asiatiche da parte delle forze statunitensi, unita al sequestro di due imbarcazioni nello Stretto da parte di Teheran: una serie di azioni che alimenta la percezione di un conflitto ormai strutturale.

Borse europee in ordine sparso, Milano tiene grazie ai semiconduttori

Se il caro-energia spaventa solitamente le borse, oggi Piazza Affari ha mostrato una certa resilienza. L’indice Ftse Mib ha chiuso in positivo dello 0,26%, un risultato in controtendenza rispetto a piazze come Madrid (-0,69%) o alla sostanziale stagnazione di Londra e Francoforte. Il merito, è bene dirlo, non è da attribuire al contesto generale, quanto piuttosto a un singolo cavallo di razza: StMicroelectronics. Il colosso italo-francese dei semiconduttori ha letteralmente volato sui due listini dove è quotata, registrando un balzo superiore al 14% sia a Milano che a Parigi. Una performance da vero e proprio Titolo di traino, che da sola ha sorretto l’intero paniere italiano e ha permesso a Parigi di chiudere addirittura a +0,87%.

Conti record e intelligenza artificiale: la ricetta di Stm che surclassa le attese

La ragione di questo exploit è da ricercare nei conti del primo trimestre, pubblicati prima dell’apertura dei mercati, che hanno superato le attese degli analisti su tutta la linea. I ricavi netti sono saliti a 3,1 miliardi di dollari, in crescita del 23% su base annua, con un margine lordo finito sopra le previsioni grazie a un mix di prodotto più favorevole. A impressionare gli investitori, però, sono state soprattutto le prospettive future legate all’intelligenza artificiale: il management ha alzato il tiro sulle stime, prevedendo ricavi correlati ai datacenter ben sopra i 500 milioni per quest’anno, con l’obiettivo di superare il miliardo nel 2027. Una narrazione, quella dell’IA, che continua a far gola ai mercati nonostante le incertezze macro, e che ha spinto il titolo a guadagnare oltre il 70% dall’inizio dell’anno.

Tra trimestrali attese e il peso dello Stretto di Hormuz

Lo scenario, quindi, è quello di una giornata a due velocità: da un lato il rischio geopolitico – con la tregua che resta in bilico e le navi bloccate – che spinge l’oro nero verso l’alto e frena l’entusiasmo sui listini continentali, e dall’altro la forza dei singoli titoli capaci di fare la differenza. A Wall Street, dopo la chiusura europea, l’attenzione restava alta sui bilanci di giganti come Intel, American Express e Blackstone, mentre nel Vecchio Continente gli occhi erano puntati anche sulle riunioni di Montepaschi e Generali. In sostanza, lo Stretto di Hormuz rappresenta ancora il nodo principale: se l’impasse dovesse prolungarsi, il costo dell’energia continuerà a rappresentare un’ancora di pesantezza per le economie occidentali, frenate però solo in parte da quei comparti, come i semiconduttori, che corrono su binari propri.

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