L'Irlanda festeggia l'Oscar a Jessie Buckley, prima attrice irlandese a trionfare come protagonista

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non è stata soltanto una vittoria, quella di Jessie Buckley ai premi Oscar del 2026, ma l’atto finale di un percorso che l’ha vista dominare la stagione dei premi, dai Golden Globe ai BAFTA, fino alla statuetta più ambita. L’attrice, classe 1989, è entrata nella storia del cinema irlandese essendo la prima interprete del suo paese a vincere come migliore attrice protagonista, grazie alla sua performance in Hamnet - Nel nome del figlio, pellicola diretta da Chloé Zhao che le ha richiesto un’immedesimazione totale nel ruolo di Agnes, moglie di William Shakespeare, e madre alle prese con un lutto devastante. La cerimonia, svoltasi al Dolby Theatre di Los Angeles, l’ha vista prevalere su concorrenti del calibro di Emma Stone e Kate Hudson, in una categoria che i bookmaker davano per scontato potesse essere sua.

Il ritorno a casa, per la Buckley, non è stato solo metaforico. Mentre lei saliva sul palco più famoso del mondo, a Killarney, nella contea di Kerry, si viveva una notte di trepidazione e giubilo collettivo. Nel cuore della cittadina, a gestire l’Arbutus Hotel, ci sono gli zii Sean e Carol Buckley, che assieme ad amici e parenti hanno seguito la diretta nel pub di famiglia, quel Buckley’s Bar che porta il cognome di chi, da quelle parti, il cinema lo ha sempre sognato senza mai toccarlo con mano. Lo zio Sean ha raccontato l’attesa spasmodica, il silenzio calato prima dell’annuncio, e poi l’esplosione di gioia quando il nome della nipote ha varcato i confini dello schermo televisivo per diventare realtà.

La dedica alla maternità, tra finzione e vita reale

Sul palco, stringendo la statuetta, la Buckley ha voluto legare il suo trionfo a un tema che le è visceralmente vicino. La sua Agnes, in Hamnet, è una donna che affronta la scomparsa di un figlio, e l’attrice ha rivelato come comprendere la potenza dell’amore materno sia stata la rivelazione più grande della sua vita. Un concetto, questo, reso ancora più pregnante dal fatto che nella vita reale, terminata la lavorazione del film, è diventata madre. Nel suo discorso, ha dedicato il premio “al magnifico caos del cuore di una madre”, ringraziando i genitori in sala e scherzando sulla figlia di otto mesi, Isla, probabilmente ignara di tutto e “persa in sogni di latte”.

Le istituzioni irlandesi hanno subito raccolto l’eco del successo. La presidente del paese, Catherine Connolly, ha parlato di un “momento storico”, sottolineando come il premio sia un tributo non solo alla performance in Hamnet, ma all’intera carriera dell’attrice, costruita con ruoli intensi sia sul grande schermo che in teatro. Anche il primo ministro Micheál Martin ha voluto esprimere la sua ammirazione, celebrando una notte che ha visto il cinema irlandese brillare grazie anche alla vittoria di Richard Baneham, premiato per gli effetti visivi di Avatar - Fuoco e cenere.

A Killarney, intanto, l’effetto Buckley si è tradotto in un tripudio di bandiere e poster che hanno tappezzato le vetrine dei negozi, con la sua immagine stampata sui manifesti per la festa di San Patrizio. C’è chi, come Marie Moloney della Killarney Musical Society, ha ricordato quando la Buckley calcava quei palchi da bambina, mostrando già una scintilla diversa. Nei racconti di chi l’ha vista crescere, come la sua insegnante delle elementari, emerge il ritratto di una ragazza che sapeva connettersi con il pubblico, che aveva “un luccichio negli occhi”.

La concorrenza, per la Buckley, era agguerrita. Oltre a Stone e Hudson, erano nominate Rose Byrne e Renate Reinsve, ma la sua interpretazione viscerale ha convinto i membri dell’Academy, in una serata che ha visto Michael B. Jordan trionfare come miglior attore protagonista per I peccatori e Sean Penn, seppur assente, vincere come non protagonista per Una battaglia dopo l’altra. La pellicola che l’ha consacrata, Hamnet, tratta dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, immagina il legame tra la morte del piccolo Hamnet Shakespeare e la genesi di quella che sarebbe diventata la più grande tragedia del drammaturgo inglese, l’Amleto. La Buckley, nei panni di Agnes, ne è stata l’anima pulsante, capace di trasformare il dolore personale in un’opera di grazia universale.

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