Dallo skimming al jackpotting, l’incubo dei prelievi tra virus e ricevute insidiose
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Redazione Economia
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Il gesto, ormai divenuto abituale, di avvicinarsi a uno sportello automatico per prelevare del contante nasconde – in un’epoca di digitalizzazione spinta e di criminalità sempre più iper-tecnologica – insidie ben più gravi di una semplice dimenticanza della carta. Se da un lato la tecnologia ci ha abituato alla velocità, dall’altro le organizzazioni criminali, specializzate in cyber attacchi, hanno trasformato questi momenti di quotidianità in vere e proprie trappole finanziarie. Le forze dell’ordine, come documentato recentemente da inchieste dei Carabinieri, hanno avviato operazioni mirate per contrastare fenomeni come lo “skimming” (clonazione dati) e il “jackpotting”, una tecnica che sembra uscita da un film ma che è già una realtà operativa anche sul territorio nazionale.
Analizzando nel dettaglio il fenomeno del jackpotting, scopriamo che questo modus operandi è tra i più insidiosi per gli istituti di credito. Il criminale, come emerso da un’indagine coordinata dalla Procura di Roma nei confronti di tre cittadini romeni, procede a una manomissione fisica dello sportello. Una volta violata la serratura o la scocca, viene inoculato un malware (un virus informatico) direttamente nel sistema operativo dell’Atm; è a questo punto che gli hacker, spesso collegati da remoto, impartiscono i comandi che obbligano la macchina a erogare migliaia di euro come se fosse una banale slot machine. Due di questi indagati, spiega il rapporto ufficiale, erano già nel mirino delle autorità belghe in quanto sospettati di appartenere a una rete transnazionale, un dato che conferma la natura globale e interconnessa di queste nuove guerre economiche combattute a colpi di cavi di rete e codici malevoli.
Il pericolo silenzioso delle ricevute abbandonate
Tuttavia, non è necessario essere un genio dell’informatica per raggirare un risparmiatore. Spesso, l’anello più debole della catena della sicurezza è rappresentato da un piccolo pezzo di carta: la ricevuta del prelievo. Stampare lo scontrino al termine di un’operazione, sebbene sembri un gesto innocuo e di ordine, può trasformarsi in una minaccia concreta. Sebbene il documento non riporti il codice Pin né l’intero numero della carta, contiene comunque dettagli preziosi come data, ora, esatto importo prelevato, ultime cifre della carta e, particolare ancora più grave, a volte il saldo residuo del conto.
Proprio questa mole di informazioni, se cade nelle mani sbagliate, getta le fondamenta per una truffa psicologica ben congegnata. I malviventi, recuperando lo scontrino dai cestini o direttamente dalla postazione, acquisiscono una credibilità quasi assoluta. In una seconda fase, contattano la vittima spacciandosi per finti operatori della banca: conoscendo l’importo esatto e l’orario dell’ultima operazione, riescono a disinnescare ogni ragionevole dubbio della vittima, la quale abbasserà inconsapevolmente la guardia prima di fornire codici di sicurezza o autorizzare operazioni dannose.
La strategia difensiva e le varianti della truffa
Per difendersi da queste escalation criminali, che spaziano dall’attacco informatico diretto all’inganno psicologico, gli esperti suggeriscono una linea di condotta chiara e basata sulla prevenzione. La prima regola, fondamentale, è quella di selezionare sempre l’opzione “No” quando il display dell’Atm chiede “Stampare ricevuta?”. Un gesto che, oltre a ridurre lo spreco di carta, impedisce che i propri dati finiscano abbandonati nel parcheggio dello sportello. Se per necessità si dovesse procedere alla stampa, lo scontrino non va mai lasciato in vista né gettato intero, bensì conservato con cura e distrutto (tagliuzzato) solo una volta giunti in un luogo sicuro.
Non mancano poi le varianti più “tradizionali” ma altrettanto efficaci che si intersecano con l’uso del bancomat. Le cronache recenti raccontano di colpi messi a segno con la tecnica delle monetine (distrarre la vittima con qualche spicciolo caduto a terra per poi arraffare la borsa dal sedile dell’auto) e del successivo utilizzo delle carte di debito rubate per prosciugare i conti agli sportelli automatici. In questi frangenti, la rapidità di intervento delle forze dell’ordine – che riescono a tracciare i movimenti grazie alle telecamere di sorveglianza – è spesso l’unico argine per fermare la catena del furto, che può comunque lasciare segni profondi nel patrimonio della vittima prima dell’intervento.




