L'accordo Usa-Iran spinge le borse, ma il petrolio resta un'incognita tra dubbi e scenari opachi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L'avvio di settimana per i mercati finanziari europei è stato segnato da un deciso orientamento al rialzo, una reazione quasi fisiologica all'annuncio, giunto a stretto giro di posta elettronica certificata, dell'intesa tra Stati Uniti e Iran, un accordo che, nelle intenzioni di chi lo ha promosso, dovrebbe porre fine allo stato di conflittualità aperta che da mesi tiene in scacco le rotte energetiche del Medio Oriente.

La firma digitale, apposta ieri da Trump e dal suo vice Vance, ha scatenato un'ondata di ottimismo che ha contagiato i listini, con Piazza Affari che è riuscita a scalare la soglia dei 52 mila punti, un risultato che, a onor del vero, era già stato sfiorato nelle settimane precedenti, ma che ora assume un sapore diverso, quasi di una liberazione condizionata.

Parigi ha messo a segno un progresso dello 0,29 per cento, Londra ha viaggiato a ritmi leggermente inferiori, segnando un +0,18, mentre il Dax di Francoforte, storicamente più sensibile alle variabili geopolitiche, ha guadagnato lo 0,15 per cento, e Madrid, con un +0,25, ha confermato la tendenza generale, in un quadro che, tuttavia, appare tutt'altro che consolidato.

Il ritorno all'appetito per il rischio e i dubbi degli analisti

La reazione dei mercati, come spesso accade in queste circostanze, è stata immediata e quasi impulsiva, spinta dalla convinzione che una tregua nel Golfo scongiuri, almeno per il momento, lo spettro di una stagflazione o di un rallentamento brusco dell'attività economica, fenomeni che gli operatori temono più di ogni altra cosa, e che sarebbero stati inevitabili in caso di prolungata scarsità di greggio.

David Pascucci, analista tecnico di XTB, ha commentato la dinamica con una certa cautela, osservando che, sebbene i compratori siano tornati a fare incetta di titoli considerati rischiosi, le perplessità non mancano e anzi, a suo dire, rimangono molteplici e fondate, come dimostra la volatilità che continua a caratterizzare le contrattazioni.

I listini europei, in effetti, hanno beneficiato anche della scia positiva lasciata da Wall Street nella seduta precedente, dove il Dow Jones ha aggiornato il proprio record storico e il Nasdaq è schizzato del 3 per cento, un andamento che ha fornito un ulteriore carburante alla fiducia, ma che non ha cancellato le domande di fondo sulla tenuta di questo ottimismo.

L'accordo, per quanto accolto con favore, non ha dissipato tutte le nubi all'orizzonte, e molti analisti si interrogano sulla sua reale portata, sulla capacità delle parti di rispettare gli impegni presi e, soprattutto, sulle implicazioni concrete per il mercato energetico, che resta il vero termometro della situazione.

Il nodo del petrolio, tra cifre ufficiali e misteri di Hormuz

Proprio sul fronte del petrolio si addensano le incognite più grandi, a cominciare dalle dichiarazioni rilasciate da Trump, il quale, in un intervento che ha suscitato più di una perplessità negli ambienti specializzati, ha sostenuto che gli Stati Uniti, grazie a una missione segreta, sarebbero riusciti a traghettare cento milioni di barili attraverso lo stretto di Hormuz in un periodo in cui il passaggio era ufficialmente bloccato, un'affermazione che, se confermata, getterebbe una luce nuova sulla capacità logistica americana, ma che al momento resta priva di riscontri oggettivi.

La domanda che circola tra gli addetti ai lavori, e che nessuno sembra in grado di rispondere con certezza, è quanta parte del greggio mondiale stia effettivamente transitando da quel corridoio angusto e strategico, un dato che, nelle condizioni attuali, è avvolto in una fitta coltre di opacità e che rende particolarmente difficile qualsiasi previsione attendibile sull'andamento futuro delle quotazioni.

Ieri il Brent, che già si trovava sotto la soglia dei cento dollari al barile nonostante il blocco di Hormuz durasse ormai da centosette giorni e diecimila pozzi nel Golfo fossero stati chiusi, ha subito un crollo verticale, passando da 87 a 83 dollari, un livello sul quale si è poi stabilizzato, ma che lascia intravedere la possibilità di ulteriori ribassi, anche se le condizioni rimangono fluide e di difficile interpretazione.

La riapertura dello Stretto, annunciata da Trump come un fatto compiuto, è stata accolta con sollievo, ma gli economisti, a eccezione di quelli della Banca centrale europea e di Cassa depositi e prestiti, si erano già da tempo interrogati su come l'industria energetica mondiale avrebbe potuto reagire a uno scenario di questo tipo, e molti di loro nutrono ancora seri dubbi sulla sostenibilità di un accordo che, per quanto positivo, non chiarisce molti aspetti operativi.

Le mine nello Stretto e la cautela degli investitori

A rendere il quadro ancora più complesso, contribuisce la presenza di mine navali nello Stretto, un elemento che, insieme alle condizioni non trasparenti che regolano il transito delle petroliere, alimenta la prudenza degli investitori, i quali, pur apprezzando il gesto politico, non si lasciano trascinare da facili entusiasmi e preferiscono attendere sviluppi più tangibili sul terreno.

Le Borse, insomma, hanno accolto la notizia con un sospiro di sollievo, ma lo hanno fatto con cautela, consapevoli che la strada verso una pace duratura è ancora lunga e irta di ostacoli, e che le dichiarazioni, per quanto solenni, devono fare i conti con una realtà fatta di interessi contrapposti e di equilibri fragilissimi.

Il fatto che il prezzo del barile sia crollato subito dopo l'annuncio è certo un segnale positivo per le economie importatrici, ma non bisogna dimenticare che la situazione potrebbe capovolgersi da un momento all'altro, qualora emergano difficoltà nell'applicazione dell'intesa o qualora nuove tensioni dovessero riaccendere i timori di un nuovo blocco.

I mercati, quindi, navigano a vista, cercando di decifrare i segnali che arrivano da Teheran e da Washington, e di capire se questa volta, a differenza di quanto accaduto in passato, le parole si trasformeranno davvero in fatti concreti, capaci di ridare stabilità a un'area cruciale per gli equilibri energetici mondiali.

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