Menarini archivia il 2025 con ricavi in crescita e investimenti in R
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Redazione Economia
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Il gruppo farmaceutico Menarini ha chiuso l’esercizio 2025 con un fatturato consolidato pari a 4,887 miliardi di euro, segnando un incremento del 6,2% rispetto ai 4,603 miliardi registrati nell’anno precedente. La presentazione dei dati, avvenuta a Firenze nel corso di una conferenza stampa convocata presso l’Auditorium della Camera di Commercio, è stata l’occasione per fare il punto non solo sui numeri, ma anche sulle strategie industriali e, inevitabilmente, sulle tensioni geopolitiche che stanno ridisegnando la geografia del settore. All’incontro, che cadeva tra l’altro nel 140esimo anniversario della fondazione della casa farmaceutica, hanno preso parte l’azionista e membro del board Lucia Aleotti e l’amministratore delegato Elcin Barker Ergun, chiamate a illustrare i risultati di un anno che, sotto la spinta dei mercati esteri, ha visto l’azienda consolidare la propria impronta internazionale. L’81% del fatturato, è stato spiegato, deriva ormai dalle vendite fuori dai confini nazionali, a riprova di una vocazione all’export che affonda le radici negli anni Sessanta, quando il gruppo aprì i primi laboratori in Spagna.
La performance finanziaria e il peso del dollaro
Nel dettaglio dei conti, l’Ebitda si attesta in un range compreso tra 440 e 470 milioni di euro, sostanzialmente in linea con i 450 milioni messi a segno nel 2024. Un risultato, questo, che secondo Lucia Aleotti conferma la natura “prudente e solida” del gruppo, nonostante un contesto macroeconomico non privo di insidie. A pesare sulla crescita potenziale, ha spiegato l’imprenditrice, è stato in particolare l’indebolimento del dollaro, il cui effetto cambio ha sottratto circa 60 milioni di ricavi nelle regioni del Nord, Centro e Sud America. L’incremento dei ricavi, al netto di questa flessione valutaria, è trainato soprattutto dai mercati occidentali, dove continua a performare bene l’elacestrant, la molecola autorizzata per il trattamento del tumore metastatico al seno, e da aree in forte espansione come la Cina — dove dopo anni di difficoltà si registra una ripresa — gli Emirati Arabi e il Sud-Est asiatico.
Numeri industriali e la crescita dell’occupazione femminile
Sul versante produttivo, Menarini ha immesso sul mercato globale 905 milioni di confezioni di farmaci, 30 milioni in più rispetto all’anno precedente, un volume che testimonia la capacità industriale di uno dei principali attori del settore a livello europeo. Parallelamente, prosegue senza sosta la politica di reinvestimento degli utili in innovazione: la spesa in ricerca e sviluppo è salita a 540 milioni, in crescita rispetto ai 500 milioni del 2024, segnale — come sottolineato dalla stessa Aleotti — di una “determinazione a proseguire sulla strada dell’innovazione”. A questi si aggiungono circa 120 milioni destinati all’aggiornamento tecnologico e alla cybersecurity, mentre per lo stabilimento storico di Firenze, situato a poche centinaia di metri dal Duomo, sono stati stanziati ulteriori 14-15 milioni per ristrutturare il reparto fiale e implementare una nuova linea in asepsi. Sul fronte delle risorse umane, il gruppo conta oggi 17.800 dipendenti, con una percentuale di laureati e tecnici che ha raggiunto il 91%; e per la prima volta nella storia dell’azienda, la componente femminile supera la soglia del 50%, attestandosi al 50,7%.
L’affondo contro Bruxelles: “Così si uccide la competitività”
Accanto ai dati di bilancio, l’intervento di Lucia Aleotti si è concentrato in maniera piuttosto aspra sulle politiche industriali dell’Unione Europea. Di fronte a quella che ha definito una vera e propria “guerra per la leadership” tra Stati Uniti e Cina, il Vecchio continente rischierebbe di rimanere schiacciato, non tanto per mancanza di risorse private, quanto per una certa miopia regolatoria. Aleotti ha richiamato l’attenzione su due nodi specifici: la riduzione della durata della proprietà intellettuale, che considera il principale disincentivo agli investimenti in nuove terapie, e la cosiddetta “direttiva sulle acque reflue”, da lei ribattezzata “tassa sulla pipì”. Quest’ultima, obbligando le aziende farmaceutiche a farsi carico dei costi di depurazione dei fiumi dai residui dei medicinali assunti dai pazienti, rappresenterebbe un onere insostenibile. “È stato stimato — ha dichiarato — che questa tassa valga 12 miliardi di euro all’anno per le imprese. Significa dieci nuovi farmaci che ogni anno non verranno sviluppati, perché lo sviluppo di una molecola costa circa 1,2 miliardi”. Un costo, ha aggiunto, che in un contesto normale potrebbe essere sostenuto, ma che diventa letale quando i principali competitor globali — a partire dalla nuova amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca con una politica fortemente protezionistica, e dalla Cina — non solo non impongono balzelli simili, ma sovvenzionano attivamente la propria industria farmaceutica.
L’appello all’Italia e il ruolo dei governi come player
“Accanto ai competitor tradizionali — ha proseguito Aleotti — oggi si sono schierati i governi. Per questo l’Europa deve fermare le politiche anti-industriali”. Un passaggio, questo, che introduce una riflessione più ampia sul ruolo degli Stati-nazione nel sostenere settori considerati strategici. “Non è solo una questione di fatturati”, ha chiarito l’azionista Menarini, “ma di indipendenza delle nostre economie”. La presenza sempre più pervasiva di Pechino e Washington nel mercato farmaceutico globale, con incentivi e dazi incrociati, imporrebbe all’Europa una risposta coesa e rapida. In questo scenario, il governo italiano viene visto come un interlocutore attento, ma il vero nodo da sciogliere resta a Bruxelles, dove l’iter delle nuove normative, a giudizio di Aleotti, procederebbe con una lentezza e una direzione che rischiano di penalizzare proprio quelle aziende che, come Menarini, rappresentano l’eccellenza del manifatturiero farmaceutico continentale. Un’eccellenza, ha concluso, che si traduce anche in un impegno per il territorio e la cultura — come testimonia la pubblicazione del volume d’arte dedicato a Cimabue — nella consapevolezza che il “grande studio” necessario alla scienza non è poi così diverso da quello che ha prodotto le bellezze artistiche del Paese.




