Menarini sfiora i 5 miliardi di ricavi e lancia un appello all’Europa: «Basta politiche anti-industriali, la tassa sulla pipì ci costa 12 miliardi»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il gruppo farmaceutico Menarini, che ha il suo quartier generale a Firenze e una presenza capillare in 140 Paesi, ha chiuso l’esercizio 2025 con un fatturato consolidato di 4,887 miliardi di euro, segnando un incremento del 6,2 per cento rispetto all’anno precedente. Una performance, quella comunicata nel corso della consueta conferenza stampa alla Camera di Commercio di Firenze, che arriva in un momento particolare per il settore, con l’export farmaceutico italiano che ha superato la soglia dei 70 miliardi e con una competizione globale che vede Cina e Stati Uniti giocare un ruolo sempre più aggressivo. La crescita, come hanno spiegato Lucia Aleotti, azionista e membro del Board, e l’amministratore delegato Elcin Barker Ergun, è trainata per l’81 per cento dai mercati esteri, con una nota di merito per gli Stati Uniti, dove la molecola elacestrant per il tumore metastatico al seno ha superato i 500 milioni di euro, e per la Cina, tornata a crescere dopo un biennio difficile e passata da 155 a 174 milioni di fatturato.

Una crescita solida tra occupazione e innovazione, ma il dollaro pesa

L’azienda, che festeggia quest’anno i 140 anni di attività, ha visto aumentare anche la propria forza lavoro, arrivando a 17.800 dipendenti: per la prima volta, come è stato sottolineato, la componente femminile ha superato quella maschile, attestandosi al 50,7 per cento, con un’altissima percentuale di laureati e specialisti che raggiunge il 91 per cento. Sul fronte degli investimenti in ricerca e sviluppo, Menarini ha incrementato la spesa portandola a 540 milioni di euro, rispetto ai 500 milioni del 2024, una scelta che Lucia Aleotti ha definito strategica e legata alla volontà di autofinanziarsi per mantenere l’indipendenza da finanziatori esterni. L’Ebitda si è assestato in un range compreso tra i 440 e i 470 milioni di euro, sostanzialmente in linea con i 450 milioni dell’esercizio precedente, nonostante un indebolimento del dollaro che, come è stato spiegato, ha pesato per circa 60 milioni sulle performance nelle Americhe.

La «tassa sulla pipì» e il nodo delle politiche europee

Se i numeri disegnano un quadro positivo, le preoccupazioni manifestate dai vertici del gruppo riguardano invece il contesto normativo europeo. Lucia Aleotti ha puntato il dito contro la nuova direttiva UE sulle acque reflue, una normativa che, di fatto, impone alle aziende farmaceutiche di farsi carico della depurazione dei fiumi dai residui dei medicinali assunti dai pazienti e finiti nelle urine. Una misura che l’azionista ha definito senza mezzi termini una «tassa sulla pipì»: il costo stimato per l’industria, ha spiegato citando i dati di Farmindustria tedesca, sarebbe di 12 miliardi di euro l’anno, una cifra che equivale al budget necessario per lo sviluppo di dieci nuovi farmaci. «Le autorità del farmaco, giustamente, non registrano un farmaco se questo si accumula nell’organismo», ha aggiunto Aleotti, sottolineando il paradosso di una richiesta che finisce per sottrarre risorse preziose alla ricerca e all’innovazione.

La competizione globale e l’appello alla competitività

Oltre al tema ambientale, è il quadro geopolitico a destare le maggiori inquietudini. La nuova amministrazione Trump, tornata alla guida degli Stati Uniti, sta giocando le sue carte a difesa dell’industria domestica, così come da tempo fa il governo cinese. In questo scenario, l’Europa rischia di rimanere indietro. «Accanto ai competitor tradizionali ora si sono schierati i governi», ha osservato Lucia Aleotti, «e le aziende europee hanno bisogno di essere sostenute da politiche che le aiutino a essere competitive». Un concetto ribadito anche dalla CEO Elcin Barker Ergun, quando ha parlato dell’obiettivo di creare «un’azienda ammiraglia in Italia nel campo dell’oncologia», un traguardo che però richiede un contesto normativo favorevole e non ostativo. La richiesta, insomma, è chiara: rivedere le politiche industriali, a partire dalla durata dei brevetti, per evitare che l’Europa soccomba nella guerra per la leadership tra Washington e Pechino.

I numeri della crescita e lo sguardo ai mercati

Nel dettaglio dei conti, Menarini ha venduto complessivamente 905 milioni di confezioni di farmaci, 30 milioni in più rispetto all’anno precedente, un dato che per Lucia Aleotti dimostra come il portafoglio prodotti vada a soddisfare una richiesta terapeutica reale. La crescita, ha spiegato, è avvenuta sia nell’area delle cure tradizionali, come quelle cardiovascolari e respiratorie, dove l’aumento dei ricavi è stato di 172 milioni, sia in oncologia, che ha contribuito con 101 milioni aggiuntivi. Sul fronte geografico, si è registrato un rallentamento in Ucraina e Turchia, mentre il trend è rimasto positivo in Europa, nelle Americhe e in Estremo Oriente, con una menzione particolare per gli Emirati e il Sud Est asiatico che lasciano ben sperare per il prosieguo dell’anno. Unico neo, appunto, l’effetto valutario e la percezione di un’Europa che, invece di agevolare il cammino delle proprie imprese, continua a introdurre ostacoli normativi.

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