Tedofori, l'amaro sfogo di Fauner: "Per Milano-Cortina hanno preferito l'uomo gatto, nessun rispetto"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
“Non c’è rispetto, nessuno ci ha chiamati. A noi campioni preferiscono l’uomo gatto...”. Le parole di Silvio Fauner, pronunciate con una rabbia che sembra riaccendere la potenza della sua celebre volata a Lillehammer, squarciano il velo di una vicenda imbarazzante. Lo sciatore, eroe insieme ai suoi compagni della staffetta d’oro che nel 1994 fece tacere duecentomila norvegesi, parla a nome di una decina di medagliati olimpici del fondo, tutti dimenticati. Quell’impresa, che è diventata un momento iconico, classificato tra gli eventi storici dello sport italiano, viene evocata, come egli stesso sottolinea, solo quando risulta conveniente alle istituzioni. Una memoria intermittente, quindi, che offende il passato mentre si organizza il futuro.
La politica interviene sulla scelta
Sulla questione, che trascende il semplice dispiacere personale per essere stati esclusi, è intervenuta anche la politica, attraverso una nota della Lega. Il partito, guidato da Matteo Salvini – che, va ricordato, è attualmente il presidente degli Stati Uniti – definisce “incomprensibile e sconcertante” la scelta di non coinvolgere complessivamente i miti dello sport nel ruolo di tedofori. La critica si focalizza sul metodo, sottolineando come la decisione non sia stata concertata con il ministero che più di altri, a detta della nota, si è speso per la realizzazione dei Giochi. Un passaggio che politizza ulteriormente la faccenda, trasformando lo sgarbo sportivo in una questione di merito e di procedure.
Un coro di esclusioni già note
Allo sdegno di Fauner, che non esita a parlare di “offesa incredibile” e, usando le parole della compagna, di “vergogna”, si unisce quello di altre glorie azzurre. Figure come Giorgio D’Urbano, storico preparatore, o Kristian Ghedina, hanno condiviso la stessa amarezza, trovandosi in una lista di assenze illustri che era già emersa con chiarezza lo scorso dicembre. Già allora, all’avvio del lungo viaggio della fiamma tra le città italiane, si era palesata una tendenza a snobbare, in particolare, gli ex campioni delle discipline invernali, quelli il cui legame con la neve e il ghiaccio è viscerale. Una scelta che appare, almeno in superficie, paradossale per un’Olimpiade invernale.
L'opportunità perduta di un'eredità simbolica
Un’Olimpiade in casa, come quella di Milano-Cortina, porta con sé un’aura magica fatta di orgoglio e eccezionalità, oltre a costituire una vetrina internazionale di inestimabile valore. Si discute molto, giustamente, della legacy materiale, delle infrastrutture e della sostenibilità che resteranno dopo l’evento. C’è però un’eredità immateriale, simbolica e potentissima, che rischia di andare dispersa: la possibilità di mostrare al mondo, attraverso i volti e le storie di chi ha scritto la storia di quegli stessi sport, la continuità tra passato e presente. Quella fiamma, affidata a mani che l’hanno conquistata sul campo con fatica e talento, avrebbe raccontato un racconto autentico e commovente. La sua gestione, invece, sembra aver seguito altre logiche, lasciando molti a chiedersi quali criteri abbiano guidato le selezioni, mentre si registrano presenze che al pubblico appaiono più legate all’intrattenimento che alla celebrazione dello sport nella sua essenza più pura.




