Achille Polonara, la leucemia e il ritorno: «Non mi sento più invincibile, ma ho ripreso in mano la mia vita»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un passaggio, nell’intervista che Achille Polonara ha rilasciato di recente, in cui il giocatore marchigiano ammette senza infingimenti di non sentirsi più quell’essere invincibile che forse, prima della malattia, immaginava di essere. E questa, più di ogni altra dichiarazione, fotografa con precisione il baratro che ha guardato e dal quale è risalito. Perché Polonara, oggi tornato stabilmente a Sassari con la famiglia dopo il periodo trascorso a Valencia per le cure sperimentali e il trapianto di midollo, ha dovuto affrontare una sequenza di eventi medici che avrebbero messo a dura prova qualunque atleta. La scoperta della leucemia mieloide acuta era arrivata quando ancora non avevano smesso di festeggiare la guarigione dal tumore al testicolo, ed è stato in quel frangente, come ha raccontato lui stesso senza reticenze, che il pensiero del suicidio ha fatto capolino nella sua mente. A fermarlo, ha detto, è stata la consapevolezza di avere una moglie e due figli piccoli, un argine emotivo che nei momenti più bui, quando la ragione vacilla, diventa l’unica ancora.

Il peso delle cure e il significato di un abbraccio collettivo

Il percorso di Polonara non è stato soltanto una battaglia contro le cellule maligne, ma una vera e propria odissea fisica che lo ha visto sottoporsi a un trapianto di midollo osseo, finire in coma per cinque giorni a causa di una trombosi e affrontare poi, una volta uscito dal tunnel principale, un intervento minore ma comunque delicato al cuore per risolvere un forame ovale pervio. Sono dettagli, questi, che aiutano a comprendere come il ritorno a una parvenza di normalità non sia affatto scontato. Quando qualche settimana fa è tornato al PalaSerradimigni per assistere alla partita tra la sua Dinamo e Napoli, l’accoglienza del pubblico sardo è andata ben oltre il semplice tifo sportivo: è stato un abbraccio corale, fatto di standing ovation e di striscioni, che ha confermato come il legame con quella piazza, dove aveva già lasciato un segno importante prima di spiccare il volo verso l’Eurolega, non si fosse mai spezzato. Lui stesso, in più occasioni, ha ribadito che senza la chiamata del club sassarese, arrivata in un momento in cui le sirene del basket professionistico sembravano lontanissime, avrebbe probabilmente appeso le scarpe al chiodo, incapace di trovare altrove la motivazione per ricominciare.

La rinascita professionale e il rapporto con il basket

Adesso che l’orizzonte si è schiarito, o quantomeno si è fatto meno minaccioso, Polonara guarda al suo mestiere con occhi diversi. Non c’è più l’ossessione per la prestazione o per la carriera, ma il desiderio di tornare a provare quella sensazione di leggerezza che solo il divertimento sul parquet può regalare. È una prospettiva che cambia radicalmente l’approccio agli allenamenti e alla vita di squadra, e che lo ha spinto a ritenersi fortunato per la possibilità, concreta, di poter indossare di nuovo la canotta e sudare in palestra insieme ai compagni. L’operazione al cuore, prevista per la fine di febbraio, rappresenta l’ultimo scoglio burocratico prima di ottenere l’idoneità agonistica, dopodiché inizierà la fase più dura per un atleta che è rimasto fermo a lungo: quella del recupero della condizione fisica, della resistenza, del fiato. Ma lui stesso minimizza, quasi ridimensiona la portata di quest’ultimo step, paragonandolo a una formalità se messo a confronto con le tempeste che ha attraversato. E mentre aspetta di tornare a correre, a sudare, a sfidare la gravità con i suoi tiri, si gode il calore di chi non lo ha mai dimenticato.

La dimensione familiare come fondamento della guarigione

Nelle sue parole, quando racconta il periodo più difficile, emerge con prepotenza il ruolo della moglie Erika, definita la sua vita e colei che, insieme ai figli, ha rappresentato il perno attorno al quale tutto ha retto. Racconta Polonara di come la figlia più grande, Vitoria, avesse intuito la gravità della situazione quando durante le videochiamate dall’ospedale aveva visto il papà senza capelli, un dettaglio che i bambini colgono con una sensibilità che talvolta spiazza gli adulti. È anche per loro, per non farli sentire soli, che ha voluto a tutti i costi tornare a una routine familiare fatta di scuola, di lettone conteso, di vita quotidiana lontana dalle corsie d’ospedale. E in questo nuovo equilibrio, il legame con Gianmarco Pozzecco, che lo ha allenato sia a Sassari che in nazionale, continua a rappresentare un punto di riferimento umano oltre che tecnico, con l’ex ct che non ha mai nascosto la propria ammirazione per la forza d’animo del giocatore. L’azzurro, nel frattempo, si prepara a scrivere un nuovo capitolo della sua carriera, senza più l’ingenua presunzione di sentirsi invincibile, ma con la consapevolezza, ben più solida, di essere comunque un sopravvissuto.

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