Germania in panne, la crisi strutturale smonta la locomotiva d'Europa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quando l'economia tedesca, che per decenni ha trainato la crescita continentale, mostra i segni di una paralisi profonda, il quadro che emerge va ben oltre la congiuntura sfavorevole e delinea, piuttosto, i contorni di una crisi di modello. Dopo la pandemia, il Pil è caduto nel 2024 e le proiezioni per l'anno in corso e il prossimo parlano di una ripresa tanto timida da sembrare, agli occhi di molti osservatori, un mero rimbalzo statistico, sostenuto peraltro da un massiccio, seppur incerto, aumento della spesa pubblica voluto dall'esecutivo guidato da Friedrich Merz. La fiducia delle imprese, d'altro canto, è ai minimi e alcuni colossi storici – Volkswagen, Thyssenkrupp, Basf – hanno annunciato piani di licenziamenti e chiusure d'impianti, segnali inequivocabili di una tempesta perfetta che unisce la transizione energetica, i costi e la concorrenza globale.

Il tentativo di una terapia d'urto con i fondi pubblici

La strada intrapresa dal governo tedesco, per reagire a uno stato d'incertezza che ha eroso la fiducia non solo negli ambienti industriali ma anche tra la popolazione, sembra configurarsi come una terapia d'urto basata sulla leva finanziaria. Si punta, infatti, a mobilitare ingenti risorse pubbliche, il cui ammontare complessivo supera i cinquecento miliardi di euro, abbandonando – almeno temporaneamente – la tradizionale ortodossia sul contenimento del debito. Una mossa considerata da molti necessaria, seppur rischiosa e forse tardiva, per tentare di rilanciare gli investimenti e proteggere un apparato produttivo che non sembra più in grado di reggere la concorrenza internazionale da solo. La speranza, in un paese che aveva visto nel cambio di governo la possibilità di tornare ai fasti pre-pandemia e pre-conflitto in Ucraina, si scontra dunque con una realtà molto più complessa.

Una correlazione che si allenta: le ripercussioni per l'Italia

La domanda che sorge spontanea, osservando le difficoltà del principale partner commerciale italiano, è quale impatto questa crisi prolungata possa avere sul sistema produttivo nazionale. Un'analisi condotta da Confindustria offre, al riguardo, uno spunto di riflessione non scontato: la correlazione tra gli andamenti economici di Italia e Germania, infatti, si è significivamente attenuata nel periodo 2014-2019, dopo la crisi dei debiti sovrani. Ciò suggerisce che, sebbene un rallentamento tedesco pesi inevitabilmente sulle esportazioni italiane, i destini delle due economie non sono più strettamente intrecciati come in passato, lasciando spazio a dinamiche autonome di sviluppo che l'Italia potrebbe, in teoria, sfruttare.

Lo smantellamento silenzioso del tessuto industriale

Accanto ai numeri macroeconomici, però, procede un fenomeno più sottile e potenzialmente di lungo periodo: una silenziosa spoliazione di settori chiave dell'industria nazionale. La Germania, la cui forza è sempre stata radicata in un solido modello manifatturiero, sta progressivamente cedendo – per necessità di capitali, ristrutturazione o crisi settoriali – interi segmenti produttivi a gruppi stranieri. L'industria chimica vede l'avanzata degli investitori arabi, i servizi logistici e tecnologici attirano i fondi americani, mentre il comparto industriale più tradizionale finisce nel mirino dei gruppi cinesi. Un processo che, al di là delle singole operazioni, rischia di snaturare il DNA produttivo del paese, trasformandolo da locomotiva a pezzo di un puzzle globale i cui centri decisionali si trovano altrove.

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