"Mia sorella sta male": il tragico equivoco del civico e la strage di Porcari

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La ripetizione ossessiva di una frase, «Non sono riuscito a salvarli», scandisce, come un rosario straziante, i momenti che seguono la scoperta di una tragedia nella quale lo stesso uomo che la pronuncia è miracolosamente sopravvissuto. Turim Kola, appena uscito dall’ospedale di Pisa dove era stato ricoverato per intossicazione, si trova di fronte al vuoto lasciato dalla sua intera famiglia, sterminata nella serata di mercoledì dal monossido di carbonio in una casa di Rughi, frazione di Porcari. Quella che lui ricorda come una perdita di conoscenza, «sono svenuto», è stato invece il preludio alla morte del verniciatore Arti Kola, di 44 anni, di sua moglie Jonida, casalinga di 48, e dei loro due figli: Hajdar, elettricista ventiduenne, e Xhesika, studentessa di appena quindici.

La telefonata al 112 e l'indirizzo invertito

Proprio Hajdar, mentre in casa tutti accusavano malori sempre più gravi, aveva trovato la lucidità necessaria per comporre il numero di soccorso, il 112, attorno alle ore venti. Una chiamata concitata, come spesso accade in simili frangenti, nella quale la preoccupazione per la sorellina più giovane emergeva con chiarezza: «Mia sorella sta male, non sappiamo cos'ha», avrebbe riferito all'operatore. Quella stessa chiamata, l'unico disperato tentativo di chiedere aiuto, contiene però un particolare che, secondo le ricostruzioni, avrebbe ritardato in modo decisivo l’arrivo dei soccorsi. Il giovane, infatti, poco prima di perdere a sua volta conoscenza, avrebbe indicato alle forze dell’ordine un numero civico errato, invertendo involontariamente le cifre e dirottando così, seppur per minuti preziosi, i mezzi di emergenza verso un indirizzo sbagliato.

L'inchiesta della procura e l'autopsia disposta

La Procura di Lucca, per cercare conferme definitive sulle cause della morte, ha disposto l’autopsia sulle salme delle quattro vittime. Un atto dovuto, che servirà a cristallizzare la dinamica della strage, ma che rappresenta solo una parte del lavoro investigativo. Il cuore dell’inchiesta, infatti, si sta spostando sul piano tecnico, concentrandosi sui tempi e le modalità dell’installazione della caldaia presente nell’abitazione, un apparecchio la cui possibile malfunzionamento viene considerato la fonte più probabile della fuoriuscita del gas letale. Gli accertamenti, che procedono senza sosta, mirano a delineare con precisione la catena degli eventi che ha portato all’accumulo del monossido di carbonio negli ambienti domestici.

Il peso di un dettaglio e la domanda inevitabile

Il ritardo nei soccorsi, legato a quel semplice scambio di cifre nel numero civico, impone una riflessione amara sull'imponderabilità del destino in situazioni di estremo pericolo. Mentre la famiglia Kola, di origine albanese, veniva stroncata dal gas invisibile, i soccorritori combattevano contro il tempo e un piccolo, enorme equivoco. La tragedia, nella sua assoluta devastazione, lascia dietro di sé non solo il lutto ma anche l’interrogativo angosciante, e per sua natura insolubile, su quanto quei minuti perduti per l’errato indirizzo siano stati determinanti. Una vicenda che, al di là degli sviluppi giudiziari, rimarrà come una ferita profonda nella memoria del piccolo centro toscano, dove l’unico superstite si ritrova a fare i conti con un senso di colpa che le circostanze, per quanto tragiche, non dovrebbero attribuirgli.

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