Il Brent scivola a 116 dollari, ma il braccio di ferro Usa-Iran tiene il mercato in ostaggio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il barile di Brent, dopo un’impennata notturna che lo aveva portato a sfiorare i 126,4 dollari nella serata di mercoledì, ha archiviato la seduta del 30 aprile in netto calo, attestandosi intorno a quota 116,4 dollari. Una correzione, questa, che potrebbe apparire come un segnale di distensione ai meno attenti, ma che in realtà racconta di un mercato tenuto sulla cordiglia da un filo diplomatico teso tra Washington e Teheran. Gli operatori, infatti, hanno utilizzato la finestra di tregua – alimentata dalla notizia, riportata dalla Cnn, secondo cui gli Stati Uniti attendono una controproposta formale dall’Iran entro venerdì 1 maggio – per incassare parte dei profitti dopo la fiammata speculativa della notte, senza però azzerare il premio al rischio inCorporato nei prezzi.

Un rally frenato dalla scadenza tecnica e dalla diplomazia

La dinamica odierna, che ha visto il West Texas Intermediate (Wti) attestarsi sostanzialmente piatto a 106,9 dollari, va letta attraverso due lenti complementari: quella geopolitica e quella tecnica, dove la scadenza del contratto future del Brent con consegna a giugno ha giocato un ruolo non secondario nel fotografare la volatilità. Se da un lato l’ipotesi di una nuova escalation militare immediata – come quella pavoleggiata nei giorni scorsi da indiscrezioni su un briefing di Trump riguardanti opzioni militari contro l’Iran – sembra essersi momentaneamente allontanata, dall’altro lo stallo operativo dello Stretto di Hormuz continua a rappresentare un macigno sull’economia globale. Il blocco di questo snodo vitale, attraverso cui transitano circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e prodotti raffinati, ha già ridotto drasticamente i flussi, e il mercato sa che senza riapertura certa del corridoio, ogni ribasso potrebbe rivelarsi effimero.

Il petrolio schizza e poi arretra, il nodo Hormuz resta irrisolto

La tensione era esplosa nelle ore precedenti non solo a causa delle ostilità in medio oriente, ma anche per un terremoto diplomatico nel cartello dei produttori: l’annuncio degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare l’Opec (e l’alleanza Opec+) a partire dal primo maggio. La decisione di Abu Dhabi, vista come una mossa per aumentare la propria produzione in autonomia, ha aggiunto incertezza su un quadro già reso incandescente dai piani del Comando centrale americano, che avrebbe predisposto opzioni per una "breve e potente" ondata di attacchi contro infrastrutture strategiche iraniane. Eppure, nonostante i timori di un’interruzione prolungata delle forniture dal Medio Oriente – timori che avevano spinto il Brent ai massimi da quattro anni – prevalgono per ora i tentativi diplomatici, con Teheran che ha tempo fino a domani per formulare una proposta che possa scongelare il tavolo delle trattative.

L’inflazione e la crescita globale pendono dall’ago della bilancia

Guardando i numeri, il Brent spot ha sfiorato un nuovo massimo di guerra a 120,54 dollari nella notte, salvo ritirarsi quasi immediatamente, mentre il Wti ha toccato quota 110,93 prima che i venditori riportassero l’indice sui livelli di apertura. Una dinamica a "montagne russe" che testimonia quanto l’equilibrio sia instabile: il rally del greggio resta tecnicamente intatto, ma la resistenza dei compratori è reale e le prossime sedute diranno se quella di giovedì è solo una pausa di riflessione o l’inizio di un’inversione di tendenza. Per l’economia reale, però, il dato di fatto è che il costo dell’energia si è stabilizzato su livelli più che doppi rispetto alla media storica, alimentando pressioni inflazionistiche che le banche centrali, a partire dalla Bce, non possono più permettersi di ignorare. Il petrolio tiene in scacco l’economia globale, e il verdetto passa dalle cancellerie più che dalle piattaforme di estrazione.

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