Il Brent scivola a 116 dollari, ma il rischio di un’escalation su Hormuz tiene i mercati in ostaggio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Giovedì 30 aprile, la corsa del petrolio ha subito un brusco rallentamento. Dopo aver sfondato il muro dei 126 dollari nella serata di mercoledì, toccando il picco massimo da quattro anni a questa parte, il Brent è scivolato sotto la soglia dei 117 dollari, attestandosi precisamente a 116,4 dollari al barile con un calo dell’1,4%. La lieve flessione, che ha riguardato marginalmente anche il Wti rimasto piatto intorno ai 107 dollari, non ha però riportato alcuna serenità nelle stanze dei bottegui: il ribasso odierno non rappresenta una distensione quanto piuttosto una pausa di riflessione, una sorta di nausea improvvisa dopo una lievitazione troppo rapida.

A tenere banco – e a dettare l’agenda della volatilità – è ancora una volta la geografia dello Stretto di Hormuz, quel punto vitale per i flussi energetici globali oggi trasformato in un collo di bottiglia militare. Il mercato sa bene che la chiusura di questa arteria, dove transita circa il 20% del greggio mondiale, sta togliendo fisicamente dal mercato qualcosa come 14 milioni di barili al giorno; e finché le cannoniere e i blocchi navali resteranno al loro posto, ogni tentativo di discesa del prezzo rischia di rivelarsi effimero. Se da un lato, infatti, l'amministrazione Trump attende entro domani una proposta aggiornata da Teheran – segnale che i canali diplomatici, seppure intasati, non sono del tutto recisi – dall’altro i preparativi bellici suggeriscono uno scenario diametralmente opposto.

Il doppio binario di Washington: la diplomazia come paravento e il pugno di ferro del Centcom

Mentre i trader trattengono il fiato, alla Casa Bianca si consuma una partita a scacchi ad altissima posta in gioco. Donald Trump, ormai stabilmente alla guida degli Stati Uniti da oltre un anno, ha in agenda per oggi un briefing decisivo con i vertici del Comando Centrale americano (Centcom). Secondo quanto riportato da Axios, il generale Brad Cooper presenterà al presidente tre opzioni militari concrete, sviluppate nei dettagli per superare lo stallo negoziale o per sferrare quello che alcuni analisti definiscono un "colpo finale" prima di una possibile uscita dal conflitto.

Le ipotesi sul tavolo non sono mere scaramucce difensive, ma vere e proprie operazioni di polso. La prima prevede una ondata di attacchi "brevi e potenti" contro le infrastrutture strategiche iraniane, nella speranza che la pressione costringa Teheran a una maggiore flessibilità sul dossier nucleare. La seconda, ben più invasiva, ipotizza un intervento di terra per prendere il controllo di porzioni dello Stretto di Hormuz, con l’obiettivo dichiarato di riaprirlo al traffico commerciale con la forza. Non è esclusa, infine, una missione delle forze speciali per mettere in sicurezza le scorte di uranio altamente arricchito, da sempre nel mirino dell’amministrazione. Si tratta, in sostanza, di un chiaro segnale che la pazienza strategica di Washington potrebbe essere agli sgoccioli.

L’effetto ricatto: perché la tregua sui prezzi potrebbe durare poco

A ben guardare, la discesa odierna del Brent a 116 dollari non cancella il premio al rischio che gli operatori hanno ormai inrato nei listini. È un meccanismo perverso, quello in atto, dove la finanza segue la geopolitica con un ritmo serrato: ogni dichiarazione di Trump o ogni mossa delle portaerei americane si traduce in un movimento speculativo immediato. E se ieri la notizia dei negoziati aveva spinto il greggio verso l’alto per paura di un’interruzione prolungata, oggi la tregua sui prezzi riflette semplicemente l’attesa del prossimo sviluppo, senza che le fondamentali energetiche siano realmente migliorate.

L’amministrazione Trump, d’altronde, sembra giocare su due tavoli complementari. Da un lato, si lascia spazio alla diplomazia e alle mediazioni (con tanto di ultimatum per una nuova offerta iraniana), ma dall’altro insiste con il blocco navale che definisce “più efficace dei bombardamenti” per strangolare l’economia del regime. Ne è prova il rapporto del Centcom, secondo cui le forze americane hanno già deviato la rotta di decine di petroliere dirette in Iran, infliggendo a Teheran perdite stimate per oltre 6 miliardi di dollari.

L’incognita Hormuz e la paura di un collasso delle forniture

Quel che più preoccupa gli analisti, al di là della volatilità quotidiana, è la prospettiva che la crisi si trascini per settimane o mesi. Lo Stretto di Hormuz, oggi sbarrato da un blocco incrociato voluto sia da Trump sia dalla controparte iraniana, rimane il nodo cruciale. Finché non si troverà una quadra – tecnicamente complessa, visto che si parla di aprire un corridoio sicuro per le petroliere in una zona trasformata in polveriera – i prezzi resteranno agganciati a un pavimento molto alto. Il greggio, in fondo, non fa che raccontare la guerra per altri mezzi; e finché a muovere i prezzi non saranno le leggi della domanda e dell’offerta ma i comunicati del Pentagono, ogni discesa sarà inevitabilmente fragile e pronta a trasformarsi in una nuova, improvvisa risalita.

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