La holding del narcotraffico: token, chat e 9 milioni in cocaina tra 'ndrangheta e albanesi
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Redazione Esteri
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Tra il febbraio e il giugno del 2020, un fiume di denaro contante, del quale si conosce l'entità precisa, ha attraversato la piazza di Milano per confluire verso un'organizzazione criminale che faceva capo a Franco Barbaro. Il sistema di pagamento, definito "dei token", serviva a regolare acquisti di cocaina per 368 chili, il cui valore complessivo pattuito superava i nove milioni di euro, di cui la gran parte – oltre sette – era già stata materialmente trasferita. Questo meccanismo finanziario, che gli investigatori hanno ricostruito minuziosamente, rappresenta solo una parte dell'operazione, la quale, se proiettata su base annuale, avrebbe potuto sfiorare i trenta milioni di fatturato, dimostrando la portata industriale del traffico gestito dal gruppo.
Il linguaggio cifrato dei capretti e dei camion
Le indagini, che hanno portato a ventotto misure cautelari, hanno potuto contare sulla decifrazione di comunicazioni considerate al sicuro. Gli appartenenti al sodalizio criminale, i quali utilizzavano piattaforme di messaggistica crittografata come SkyEcc, credevano di agire nell'ombra, scambiandosi informazioni in un gergo volto a depistare. Quando uno di loro segnalava che "il camion sta passando i capretti", non si riferiva a un trasporto di animali, ma al transito di panetti di stupefacente attraverso località come Casorate Primo. In quelle chat, che la Guardia di finanza di Milano è riuscita a violare, si coordinava il movimento di centinaia di chili di cocaina, monitorandone le fasi di transito e di arrivo con un linguaggio che, sebbene elementare, si è rivelato trasparente per gli uomini del Nucleo di polizia economico-finanzaria.
Nickname e continuità delle gerarchie criminali
A popolare questi spazi virtuali, oltre ai messaggi in codice, c'erano anche delle identità fittizie, scelte forse per una sorta di autoironia o di sfoggio di potere. "Leonardo Di Caprio", "El Chapo", "Bud Spencer" o "il Faraone" erano alcuni dei soprannomi dietro i quali si celavano i trafficanti, i quali gestivano un flusso di merce dal Sudamerica verso la Lombardia, talvolta avvalendosi di navi container. Ciò che emerge con forza, al di là dei nomi di battaglia, è la persistenza delle strutture criminali. I cognomi come Barbaro, Perre e Trimboli, legati a storiche famiglie di Platì e Locri con radici profonde nell'hinterland milanese, a Corsico e Buccinasco, confermano una continuità apparentemente inscalfibile, un controllo del territorio e delle rotte che passa di generazione in generazione senza soluzione.
L'asse internazionale tra calabresi e albanesi
L'inchiesta, coordinata dal pm della Dda Gianluca Prisco, delinea un quadro di alleanze solide che superano i confini nazionali. Il gruppo dei Barbaro, che costituisce una diramazione della 'ndrangheta, non agiva in solitudine, ma intrecciava i suoi affari con la criminalità organizzata albanese, rappresentata in questo caso da Marjus Aliu, e con esponenti della camorra. Questa holding del crimine, la quale muoveva capitali milionari in pochi mesi, basava la sua forza proprio sulla capacità di tessere relazioni internazionali, gestendo l'intera filiera, dall'acquisto della cocaina nel Sudamerica alla sua distribuzione in Europa, fino all'intricato sistema di riciclaggio dei proventi, alcuni dei quali, secondo le accuse, venivano reinvestiti in attività apparentemente legali, come una holding con interessi in Africa nel settore dei carburanti e persino in pizzerie.




