L'Anpi sotto accusa dopo gli scontri alla Federico II, il presidente dei Radicali denuncia l'aggressione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’atrio del dipartimento di Studi umanistici della Federico II, a Napoli, è diventato il teatro di un confronto fisico che ha fatto rapidamente degenerare il dibattito ideologico. Ciò che era iniziato come un convegno dal Titolo “Russofilia, Russofobia, Verità”, organizzato da una sezione dell’Anpi e animato da relatori come Alessandro Di Battista e il professor Angelo D’Orsi, si è concluso con denunce, accuse reciproche e la richiesta di provvedimenti disciplinari. La tensione, che covava da settimane dopo l’annuncio dell’evento – giudicato da una parte dell’opinione pubblica, specialmente tra le fila della componente ucraina residente in città, come una potenziale piattaforma per posizioni vicine al Cremlino – è esplosa al termine degli interventi, quando un gruppo di giovani attivisti ha tentato di porre delle domande o, a seconda delle versioni, di inscenare un flash mob pacifico in sostegno dell’Ucraina.

La dinamica contestata degli eventi

Secondo la ricostruzione offerta dai militanti di +Europa, Ora!, Radicali, Liberi Oltre e Azione, ai presenti sarebbe stato impedito in modo brutale di esprimere il proprio dissenso. Il presidente dei Radicali, Hallissey, ha parlato di una vera e propria aggressione fisica subìta da parte di individui legati all’organizzazione dell’evento, i quali, non tollerando la presenza di voci discordanti, avrebbero reagito con la forza per zittirle. Alcuni di loro indossavano magliette con messaggi pro-Ucraina e avevano striscioni, elementi che hanno apparentemente innescato la reazione violenta. Le immagini circolate, seppur parziali, mostrano momenti di concitato scontro e di spinte, offrendo una base visiva alle accuse di chi sostiene di essere stato vittima di un sopruso.

Le versioni divergenti e il caso mediatico

La posizione dell’Anpi, tuttavia, respinge con decisione questa narrazione, definendola alla stregua di fake news e ribaltando le responsabilità. I rappresentanti dell’associazione partigiana sostengono che l’agitazione sia stata provocata dall’irruzione di un gruppo organizzato, il cui intento non era il dialogo ma l’interruzione sistematica di un dibattito legittimo, finito peraltro per attirare polemiche già nella sua fase di organizzazione. La querelle, amplificata dai video diffusi online e dalle immediate dichiarazioni delle parti, ha così travalicato i confini dell’ateneo, investendo la sfera pubblica con domande sui limiti del confronto e sull’uso della violenza come strumento di censura, in un clima politico già polarizzato dalle questioni internazionali. Il rettore, interpellato dagli organi di informazione, ha assicurato che valuterà con attenzione quanto accaduto, pur senza entrare nel merito delle colpe.

Il contesto giudiziario e il peso delle inchieste

Episodi di questo tipo, che vedono il coinvolgimento di gruppi politici e associazioni storiche, finiscono regolarmente per approdare sulle scrivanie delle autorità competenti, chiamate a districare la matassa delle responsabilità penali. In casi analoghi di cronaca, che hanno riguardato aggressioni in ambienti universitari o durante manifestazioni pubbliche, le indagini della polizia giudiziaria si sono concentrate sull’analisi meticolosa dei filmati, sulla raccolta di testimonianze e sull’identificazione dei singoli presunti aggressori, procedimento spesso complicato dalla confusione che regna durante i tafferugli. L’esito di tali procedimenti, che può variare dall’archiviazione per impossibilità di identificazione all’emissione di rinvii a giudizio per lesioni o resistenza a pubblico ufficiale, segna poi il passo successivo, determinando la validità giuridica delle versioni contrapposte.

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