Borse europee in ordine sparso, tregua Usa-Iran regge ma i mercati frenano
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Redazione Economia
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La seduta che si è appena conclusa sui principali listoni del Vecchio Continente può essere riassunta da un sostantivo, peraltro già ampiamente utilizzato nei primi flash di metà giornata: prudenza. Dopo un avvio caratterizzato da un cauto ottimismo, alimentato dalla notizia – poi confermata e ampliata nelle ore successive – della proroga del cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran, gli scambi hanno subìto una brusca frenata nella finestra finale delle contrattazioni. Se da un lato, infatti, la conferma da parte del presidente americano Donald Trump di voler estendere la sospensione delle ostilità ha scongiurato, almeno per il momento, un’escalation immediata nel delicato scenario mediorientale, dall’altro l’assenza di novità strutturali sulla gestione dello Stretto di Hormuz ha riportato gli speculatori con i piedi per terra. A Milano, l’indice Ftse Mib ha concluso le contrattazioni in calo dello 0,63%, allineandosi di fatto a una tendenza che ha visto Francoforte scivolare oltre il mezzo punto percentuale, mentre le ben più pesanti Parigi e Londra hanno lasciato sul terreno rispettivamente l’1,14% e l’1,05%.
La tela di ragno dello Stretto e il rinvio della trattativa
A determinare questo clima di attesa armata, più che la cronaca immediata dei bombardamenti, è stata la cronaca diplomatica, fatta di dichiarazioni social e colpi di scena last minute. Trump, come riportato dalle agenzie, ha utilizzato il suo consueto canale diretto per annunciare lo slittamento della scadenza, dando credito alla richiesta di mediazione avanzata dal Pakistan e motivando la scelta con la necessità di concedere tempo a una leadership iraniana descritta come “frantumata” per elaborare una controproposta. Tuttavia, e qui risiede il nodo che ha gelato gli entusiasmi di apertura, il presidente ha contestualmente ribadito la prosecuzione del blocco navale nei porti iraniani. Un elemento, quest’ultimo, che rappresenta lo snodo cruciale della disputa: Teheran, nelle scorse settimane, aveva minacciato di chiudere il transito alle navi occidentali proprio in risposta a queste manovre di interdizione, e nonostante le aperture verbali, la situazione fisica del passaggio marittimo – da cui dipende un quinto del petrolio mondiale – rimane surreale e paralizzata. I segnali contraddittori provenienti da Islamabad, dove il previsto viaggio del vicepresidente Vance è stato sospeso in attesa di sviluppi, hanno finito per alimentare quel senso di frustrazione che si è riverberato sui listini.
Il crollo dei big della difesa e il rimbalzo del greggio
Se si osserva il dettaglio settoriale, si comprende immediatamente dove abbia colpito con maggiore violenza la doccia fredda del finale di seduta. I titoli del comparto petrolifero e dell’impiantistica, che avevano beneficiato nelle sedute precedenti dei rialzi del greggio legati al rischio geopolitico, sono finiti sotto pressione, così come è apparso significativo il ribasso dei giganti della difesa. In particolare, a Piazza Affari, Leonardo ha registrato una performance negativa che ha toccato il -4,8%, risultando il fanalino di coda del paniere principale. Un movimento, questo, apparentemente contro intuitivo se si pensa che un prolungamento del conflitto dovrebbe teoricamente aumentare la spesa militare; eppure, il mercato sembra aver letto nella proroga della tregua non una pacificazione, ma un prolungamento dell’incertezza, premiando la liquidità a scapito dei ciclici. A complicare il quadro, verso la chiusura, è arrivato il rimbalzo del petrolio: il timore che il cessate il fuoco rimanga solo nominale, con le petroliere ancora nel mirino o costrette a rotte alternative, ha risospinto le quotazioni del greggio verso l’alto, un’impennata che storicamente frena la ripresa economica e, di conseguenza, la propensione al rischio sui listoni azionari.
Wall Street apre in attesa, l’Europa cerca una direttrice
Oltreoceano, l’apertura di Wall Street è stata positiva, un segnale che ha inizialmente sostenuto le speranze di una ripresa nel Vecchio Continente prima della battuta d’arresto pomeridiana. Questa divergenza temporanea tra le due sponde dell’Atlantico evidenzia, semmai ce ne fosse bisogno, la maggiore esposizione diretta dell’Europa alle dinamiche energetiche e commerciali dell’area Egeo. Mentre gli Stati Uniti hanno riconsiderato la propria posizione militarmente, per l’Europa il nodo di Hormuz rappresenta una vera e propria linea della vita economica, non solo per l’approvvigionamento di greggio ma anche – come evidenziato da alcune analisi macroeconomiche – per il transito di gas naturale liquefatto e materie prime indispensabili per i fertilizzanti destinati all’agricoltura. I listini di Londra, Francoforte e Parigi hanno viaggiato a lungo in ordine sparso, senza riuscire a trovare una direttrice comune, prima di convergere al ribasso in chiusura, vittime di quella che sui manuali di trading viene definita “stanchezza degli acquirenti” in un contesto di notizie ancora troppo fluido per prendere posizioni nette e definitive.




