L’analfabetismo economico di Trump e le sue conseguenze globali
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Redazione Esteri
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Le tariffe annunciate da Donald Trump, con la solita enfasi da palcoscenico che caratterizza la sua comunicazione, rivelano più di un semplice calcolo protezionistico: tradiscono un approccio grossolano, privo del rigore necessario per affrontare le complessità del commercio internazionale. La scelta di applicare dazi indiscriminati, basandosi esclusivamente sul deficit commerciale degli Stati Uniti, dimostra una visione semplicistica che ignora le interdipendenze globali. Se da un lato la mossa può essere letta come un tentativo di rivendicare una presunta sovranità economica, dall’altro appare chiaro che si tratta di un’operazione più simbolica che sostanziale, destinata a colpire soprattutto i partner storici, Europa in testa.
Non è un caso che l’Unione Europea, definita senza mezzi termini “parassita” dall’ex presidente americano, sia nel mirino con misure punitive su settori chiave come l’automotive, l’acciaio e l’alluminio. Le ripercussioni per le imprese europee sono immediate, ma a pagare il conto saranno anche i consumatori statunitensi, costretti ad affrontare rincari che potrebbero frenare la già fragile crescita economica. Quel che emerge, al di là delle dichiarazioni roboanti, è un quadro in cui l’unico risultato certo è l’instabilità: i mercati hanno reagito con nervosismo, e gli effetti a catena potrebbero estendersi ben oltre le previsioni.
C’è poi un paradosso che non sfugge agli osservatori: Trump, imprenditore miliardario che ha fatto della competitività un dogma, oggi mina alle basi quel sistema di libero scambio che per decenni ha permesso alle multinazionali – comprese le sue – di massimizzare i profitti delocalizzando la produzione. Lo stesso uomo che in passato ha esaltato le logiche spietate della globalizzazione ora le rinnega, senza offrire un’alternativa credibile. La sua retorica, più che un progetto politico, sembra rispondere a una logica di puro scontro, dove l’obiettivo non è correggere gli squilibri ma alimentare la polarizzazione.
L’Europa, dal canto suo, si trova a dover gestire una crisi che non ha cercato. Le istituzioni comunitarie stanno valutando contromisure, ma il margine di manovra è stretto: replicare con dazi simili rischierebbe di innescare una spirale pericolosa, mentre la ricerca di nuovi accordi appare complicata dall’imprevedibilità dell’amministrazione americana. Quel che è certo è che il confronto commerciale, ormai aperto, segna un ulteriore passo verso la frammentazione di un ordine economico che fino a ieri sembrava, almeno in superficie, consolidato.




