Tra fuga di capitali e inflazione: la Russia di Putin è al verde

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Aleksandr Šochin, classe 1951, è il presidente della Confindustria russa e una figura che, sin dai tempi sovietici, ha contato in ambito economico, ricoprendo ruoli ministeriali e diplomatici negli anni Novanta. Lo stesso Šochin ha recentemente scritto una lettera molto preoccupata al premier Mišustin, nella quale si segnala che le imprese russe impegnate nella costruzione di infrastrutture di trasporto stanno registrando perdite per 3,3 miliardi di euro, un campanello d'allarme che si aggiunge a un quadro economico ormai critico.

L'economia russa, insomma, procede verso il tracollo, segnata da una crescente dipendenza dalla Cina, da un Pil contratto e da un numero sempre maggiore di aziende insolventi, mentre il popolo mostra un gradimento in calo verso le manovre finanziarie del governo.

Il Pil si contrae, la guerra non basta più

L'economia russa vacilla e sono ormai più di quattro anni che, dopo l'invasione dell'Ucraina del febbraio 2022, ci si interroga su quanto a lungo potrà resistere alla prova del conflitto. A dare una prima, inequivocabile risposta sono i numeri: nei primi cinque mesi del 2026 il Pil è aumentato appena dello 0,2%, un dato in netto calo rispetto all'1% registrato nello stesso periodo del 2025 e ben lontano dai ritmi sostenuti del biennio precedente.

Secondo i dati dell'Istituto di statistica russo Rosstat, nel primo trimestre del 2026 si è registrata addirittura una contrazione dello 0,2%, la prima in tre anni, che segue un'espansione dell'1,4% tra gennaio e marzo del 2025. La crescita, insomma, rallenta e la spinta garantita dalla produzione militare, che aveva tenuto a galla l'economia nei primi anni di guerra, non è più sufficiente a trainare l'intero sistema produttivo, con l'industria nel suo complesso che cresce solo dello 0,4%.

Inflazione, deficit e un Fondo sovrano prosciugato

Il quadro si complica ulteriormente se si guarda all'inflazione, che rimane ostinatamente alta nonostante la banca centrale russa, guidata da Elvira Nabiullina, abbia avviato una politica di allentamento monetario, tagliando il tasso di riferimento di un quarto di punto al 14,25%. Le aspettative di inflazione restano elevate e la stessa Nabiullina ha parlato di "rischi proinflazionistici" aumentati in modo significativo, anche a causa di una politica fiscale espansiva legata alla guerra che sta assorbendo risorse dal resto dell'economia.

A pesare è anche il deficit di bilancio: nei primi tre mesi del 2026, il disavanzo ha già superato le previsioni per l'intero anno, raggiungendo l'equivalente di 60 miliardi di dollari, pari all'1,9% del Pil. Il Fondo sovrano, il cuscinetto fiscale che avrebbe dovuto proteggere il bilancio nei momenti difficili, si è quasi esaurito, passando dal 6,5% del Pil al momento dell'invasione a un misero 1,8%.

Le entrate da idrocarburi, poi, sono crollate del 45% su base annua nel primo trimestre, a causa di sanzioni più dure e degli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche.

La morsa delle sanzioni e la dipendenza da Pechino

La strategia di Mosca per arginare le sanzioni occidentali ha portato a un'impennata dei rapporti commerciali con la Cina, che è diventata il principale partner economico della Russia, con un interscambio che ha superato i 200 miliardi di dollari. Le due potenze hanno accelerato il processo di de-dollarizzazione, con oltre il 90% dei pagamenti reciproci che ora avviene in rubli e yuan. Tuttavia, si tratta di una dipendenza che si sta rivelando sempre più problematica per Mosca.

La posizione dominante della Cina, come mercato e partner finanziario, ha creato uno squilibrio strutturale che preoccupa il Cremlino, con la Russia che rischia di diventare un semplice fornitore di materie prime a prezzi scontati. Le sanzioni secondarie imposte dagli Stati Uniti hanno inoltre spaventato le banche cinesi, che hanno ridotto le transazioni con la Russia per timore di ritorsioni, complicando ulteriormente la situazione finanziaria di Mosca.

Recessione tecnica e crisi del settore civile

Escludendo il settore militare, in forte espansione, il resto dell'economia russa appare in recessione, con il comparto manifatturiero che ha subito una contrazione a luglio 2025, secondo l'indice S&P Global. Le difficoltà si riflettono sul mercato del lavoro e sul potere d'acquisto delle famiglie: le vendite di auto nuove sono diminuite di quasi il 30% durante il primo semestre del 2025. Anche il settore immobiliare è a rischio, con la Banca Centrale che ha lanciato l'allarme per un possibile crollo del mercato.

Per far fronte alla crisi, il Cremlino ha aumentato le tasse e, per la prima volta dall'inizio della guerra, nel 2026 taglierà la spesa militare, segno che le risorse per finanziare il conflitto non sono più infinite.

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