Lindsey Vonn, quei tredici secondi di gioia e l’incubo della gamba salvata all’ospedale di Treviso

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un sogno ricorrente, quello, che Lindsey Vonn racconta mentre è distesa sul divano di casa sua a Park City, nello Utah, ancora alle prese con le fasciature e la sedia a rotelle. La vede ancora lanciata lungo l’Olympia delle Tofane, la pista dove ha vinto per dodici volte in carriera, mentre affronta le curve alla massima velocità fino a tagliare il traguardo da vincitrice. Poi, però, si sveglia. E torna alla realtà, quella di un risveglio in ospedale a Treviso, dove la gamba sinistra – quella che avrebbe dovuto portarla verso l’ultima, grande impresa olimpica – era gonfia a dismisura e minacciava di non essere più salvabile.

La caduta, lo si sa, è avvenuta dopo appena tredici secondi. Un errore minimo, una manciata di centimetri di troppo all’interno della linea, il braccio che sbatte contro la porta – priva del sistema a sgancio rapido – e il che si attorciglia come un cavatappi mentre gli sci, inspiegabilmente ancora agganciati, ne aggravano la torsione. Le urla della campionessa statunitense, captate in diretta mondiale, hanno squarciato l’aria di Cortina, ma solo nei giorni successivi, con il ritorno a casa, Vonn avrebbe rivelato l’entità di ciò che realmente era accaduto: non solo fratture multiple a tibia, perone e caviglia, ma una sindrome compartimentale che rischiava di compromettere per sempre la funzionalità dell’arto.

Il triage sul tracciato e la fuga dai paparazzi

Il caos, racconta la stessa sciatrice in una lunga intervista concessa a Vanity Fair, è iniziato subito. Mentre il dolore era già atroce, con la gamba “tutta storta” e gli sci ancora bloccati, il personale medico ha dovuto gestire una situazione resa ancor più complessa dall’assalto di fan e fotografi. Dall’elicottero che l’ha prelevata in pista alla clinica olimpica, fino al trasferimento in elisoccorso verso l’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, ogni spostamento è stato ostacolato da una folla di curiosi e paparazzi che, come racconta il medico del team USA Tom Hackett, arrivavano a fingersi amici o membri dello staff per avvicinarsi. Un’invasione che ha trasformato un dramma sportivo in una sorta di circo mediatico, mentre i medici italiani si preparavano a una notte chirurgica ben più complicata del previsto.

L’allarme nella notte: quando la gamba ha smesso di “respirare”

Se il primo intervento per stabilizzare le fratture era riuscito, la vera emergenza è scoppiata a poche ore di distanza. Il dolore, nonostante dosi massicce di oppiacei, non accennava a diminuire; anzi, la gamba continuava a gonfiarsi senza sosta. Tom Hackett, presente accanto a Vonn, ha capito immediatamente di trovarsi di fronte a una sindrome compartimentale conclamata, una condizione in cui la pressione interna diventa tale da bloccare il flusso sanguigno, rischiando di far morire i tessuti. «Immagino che abbia visto dei würstel sulla griglia», ha spiegato il medico, con una metafora cruda quanto efficace. «Si gonfiano sempre di più. Poi, all’improvviso, scoppiano. È sostanzialmente quello che succede. C’era una probabilità molto significativa che perdesse completamente la funzionalità della gamba, se non addirittura la gamba stessa».

La chiamata disperata di Hackett ai medici italiani, per rimontare in piena notte una squadra operatoria, ha permesso di eseguire una fasciotomia d’urgenza: un’incisione profonda che, letteralmente, ha permesso alla gamba di “respirare”, scaricando la pressione e scongiurando l’amputazione. «Se lui non fosse stato lì, oggi non avrei più la gamba», ha ammesso Vonn, riconoscendo nel dottore – che si trovava a Cortina proprio per seguire il precedente infortunio al ginocchio – una sorta di angelo custode.

Il peso di un ritorno al limite della follia

A soli quarantuno anni, con una protesi al ginocchio e la rottura del crociato avvenuta nove giorni prima della gara, la scelta di Lindsey Vonn di scendere in pista era già stata etichettata da molti come un atto di incoscienza. Eppure, nel racconto che fa oggi, non c’è spazio per il rimpianto, ma solo per la lucidità di chi sapeva cosa stava facendo. «Non ero pazza, so cosa potevo o non potevo fare: sono stati tredici secondi bellissimi», ha dichiarato, ribadendo il concetto più volte: la consapevolezza del rischio faceva parte del patto con la disciplina che l’ha resa leggendaria.

Quella manciata di secondi, prima che il braccio si impigliasse nella porta, rappresenta per Vonn la sintesi perfetta di una carriera interamente votata alla ricerca del limite estremo. In un’intervista rilasciata a Vanity Fair, l’atleta aveva confidato una riflessione che suona quasi come una premonizione: «Non c’è modo che, nella mia vita, io possa essere sfidata, come mi è successo con lo sci. Quella resterà sempre la mia sfida personale: come faccio a trovare gioia nelle cose normali?». Una domanda a cui, oggi, costretta in sedia a rotelle e con ancora diversi interventi chirurgici da affrontare, forse non ha ancora trovato risposta.

La lunga riabilitazione e la paura di un addio non voluto

Sono passati quasi due mesi da quel giorno di febbraio, e Lindsey Vonn è tornata a casa sua nello Utah, dove l’inverno insolitamente caldo lascia intravedere solo terra battuta al posto del consueto manto bianco. La fase di recupero, come ha raccontato in un video pubblicato sui social, è appena agli inizi: immobilizzata su una sedia a rotelle, dovrà attendere almeno due mesi prima di poter passare alle stampelle, mentre la gamba sinistra – e in parte anche la caviglia destra – richiedono tempi biologici lunghi per una rigenerazione che appare ancora lontana.

Nel frattempo, il mondo dello sci ha già ricominciato a girare, ma per lei il futuro rimane un’incognita fatta di piccoli passi. L’idea di chiudere la carriera in questo modo, come lei stessa ha avuto modo di dire, «sarebbe terribile». Tuttavia, a prevalere nelle sue parole è il senso di una battaglia combattuta fino in fondo: il tentativo di tornare a competere a questi livelli, nonostante l’età e gli acciacchi, rappresentava già di per sé una vittoria. Quanto alla possibilità di rivederla ancora una volta in partenza, la risposta, al momento, resta sospesa, così come lo è quel sogno ricorrente che la vede ancora vincitrice, prima che la realtà della sedia a rotelle la riporti alla dura concretezza di un risveglio.

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