Lindsey Vonn e il terzo intervento in ospedale a Treviso: “Successo ha un significato diverso”
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Redazione Sport
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C’è una fotografia, diffusa attraverso il suo profilo Instagram, che ritrae Lindsey Vonn allettata all’ospedale Cà Foncello di Treviso con un fissatore esterno applicato alla gamba sinistra – struttura metallica che emerge netta dal lenzuolo – e accanto a lei un mazzo di fiori recisi, testimonianza silenziosa dell’affetto giunto da ogni parte del mondo. La campionessa statunitense, reduce dalla drammatica caduta occorsale domenica 8 febbraio durante la discesa libera delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, ha voluto personalmente aggiornare i sostenitori sul proprio stato di salute: si è sottoposta al terzo intervento chirurgico in pochi giorni e l’operazione, scrive, è riuscita -1-5-6.
Il messaggio che accompagna il carosello di immagini – nelle quali Vonn appare sorridente, talvolta con il pollice alzato in segno di vittoria, in compagnia del personale sanitario che l’ha presa in cura – ridefinisce il perimetro semantico di un termine, successo, che per un’atleta del suo calibro è sempre coinciso con il cronometro, con il gradino più alto del podio, con la medaglia d’oro olimpica conquistata a Vancouver nel 2010. Oggi, invece, quel successo assume le sembianze di un bollettino medico positivo, di un parametro vitale stabile, della certezza – seppur temperata dalla lentezza del decorso – che il proprio, quel corpo che nel 2019 dichiarò “irreparabile” al momento del primo ritiro, risponderà ancora alle sollecitazioni della riabilitazione -7-9.
La frattura complessa della tibia sinistra, riportata impattando violentemente sul manto ghiacciato della pista Olympia delle Tofane dopo appena tredici secondi di gara – un gancio con il braccio destro, una porta che cede, la rotazione incontrollata del bacino – ha reso necessario un piano chirurgico articolato in fasi successive: i primi due interventi eseguiti d’urgenza per la riduzione della frattura e la stabilizzazione provvisoria, il terzo per perfezionare l’osteosintesi e avviare il processo di consolidamento osseo -2-8. Vonn, quarantun anni compiuti lo scorso ottobre, sa che la strada è in salita; ammette che i progressi procedono con gradualità, ma ribadisce con tranquillità clínica la propria convinzione: starà bene -1-10.
La macchina dei soccorsi e la professionalità del Cà Foncello
L’arrivo dell’atleta nell’ospedale trevigiano non è stato affatto casuale, bensì il risultato di un protocollo sanitario testato nei mesi di avvicinamento all’evento olimpico e messo in opera con tempestività cronometrica: dal verricello calato dall’elicottero del Suem 118, con i tecnici del Soccorso alpino che hanno imbracato la sciatrice immobilizzandola su una barella, al trasferimento dal punto medico avanzato di Cortina alla struttura diretta dal primario di ortopedia Stefano Zanarella e dal suo vice Nicolò Bassi -1-3. Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha pubblicamente ringraziato i camici bianchi – espressione da lui stesso utilizzata nel corso della dichiarazione diffusa lunedì 9 febbraio – per l’ennesima dimostrazione di eccellenza offerta dal sistema sanitario regionale, quello stesso sistema che quotidianamente si prende cura di cittadini e turisti senza che le telecamere puntino i riflettori sulle sale operatorie -3.
Lindsey Vonn, dal canto suo, ha tenuto a rimarcare la gratitudine verso tutto lo staff medico e infermieristico che l’ha assistita; il suo post social non è una mera comunicazione di servizio, bensì un atto di riconoscimento pubblico verso professionisti che, nella routine ospedaliera, operano lontano dai boati degli stadi e dal frastuono delle tribune. L’onda d’urto emotiva generata dalle sue immagini ha raggiunto anche altri atleti, incluso il tennista Carlos Alcaraz e la statunitense Coco Gauff, i quali hanno lasciato commenti di incoraggiamento sotto il profilo della campionessa dello sci alpino -8.
Il Team Usa e la rilettura del tifo sportivo
Tra le righe del ringraziamento, Vonn inserisce un passaggio che merita attenzione per lo slittamento prospettico che rivela: le congratulazioni rivolte ai compagni di squadra e a tutti gli atleti del Team Usa – quelli ancora in gara sulle nevi italiane – assumono una valenza diversa dal consueto tifo istituzionale tra connazionali -5-6. Non è la semplice esortazione della veterana verso le nuove leve; è piuttosto la constatazione, dolorosa ma lucida, che il proprio ruolo si è temporaneamente spostato dal campo all’infermeria, dalla pista al televisore della camera d’ospedale. Jackie Wiles e Paula Moltzan, autrici del bronzo nella combinata a squadre, così come Ryan Cochran-Siegle, argento nel supergigante, diventano improvvisamente i suoi interpreti, coloro che portano avanti un testimone che Vonn ha dovuto deporre – forse definitivamente – sul tracciato cortinese -9.
L’abbraccio virtuale della campionessa del Minnesota ai suoi colleghi trasuda una forma di nostalgia atletica che non scivola mai nell’autocommiserazione, e che anzi si trasforma in motore per affrontare le prossime settimane di immobilizzazione e, successivamente, di fisioterapia. La parola fine non compare nei suoi aggiornamenti, sebbene tanto il padre quanto la sorella Karin Kildow – presente in tribuna il giorno della caduta – abbiano lasciato intendere, con la cautela lessicale che la circostanza impone, che l’epilogo della carriera agonistica possa aver trovato la sua pietra tombale proprio sull’Olympia delle Tofane -9-10.
L’impalcatura metallica e la ridefinizione del dolore
L’apparecchio visibile nelle fotografie – un fissatore esterno che abbraccia la gamba sinistra dalla caviglia al ginocchio – non è soltanto un presidio ortopedico; è la rappresentazione tangibile di quanto lo sport d’élite esiga dal fisico di chi lo pratica, specialmente quando l’età anagrafica si somma a una scheda clinica già densa di interventi pregressi: la protesi parziale al ginocchio destro, la rottura del legamento crociato anteriore occorsa appena otto giorni prima dei Giochi a Crans-Montana, le numerose cadute che hanno costellato un palmarès comunque leggendario -7-9.
Vonn, che in passato aveva dichiarato di sentirsi più forte di prima grazie all’articolazione meccanica impiantata, si trova ora a fare i conti con una tibia fratturata in più punti e con i tessuti molli circostanti danneggiati dall’impatto. Racconta che il successo ha mutato significato, e questa riformulazione lessicale è in realtà una finestra aperta sulla psicologia di chi, avendo vinto tutto, è costretto a reimparare la grammatica della quotidianità: alzarsi dal letto, accettare l’aiuto altrui, misurare il tempo non in centesimi di secondo ma in cicatrici che guariscono -1-8.




