L’Africa si spacca più in fretta del previsto, e sotto lo Zambia si prepara un nuovo confine

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La crosta terrestre, in quella striscia di terra che separa il Kenya dall’Etiopia, è diventata sottile come non mai: appena tredici chilometri. Le placche somala e nubiana, che per decine di milioni di anni si sono allontanate a una velocità di pochi millimetri l’anno, hanno creato una strozzatura – i geologi la chiamano “necking” – che segna l’inizio della fine per l’Africa orientale così come la conosciamo. Un recente studio pubblicato su Nature Communications, condotto dai ricercatori della Columbia Climate School, ha utilizzato misurazioni sismiche ad alta risoluzione per rivelare che nel Turkana Rift l’assottigliamento della crosta è molto più avanzato rispetto a quanto ipotizzato in passato, raggiungendo livelli critici paragonabili a quelli della regione di Afar, dove ormai la separazione è talmente evidente da essere considerata incipiente.

Questo fenomeno, che procede a un ritmo geologico di circa 4,7 millimetri all’anno, sta gradualmente trasformando il paesaggio. Si è scoperto che l’assottigliamento non è casuale, ma segue un processo specifico: mentre le placche si stirano, la parte centrale della faglia si assottiglia progressivamente, creando una sorta di “collo” che sposta la deformazione solo lungo l’asse principale della Rift Valley, abbandonando le aree laterali. Ed è proprio questo indebolimento progressivo a favorire la risalita del magma e la conseguente attività vulcanica che caratterizza l’area del lago Turkana, un bacino famoso non solo per i suoi movimenti tellurici ma anche per l’incredibile quantità di fossili dei nostri antenati. Non è una coincidenza, osservano gli esperti, se i resti meglio conservati si trovino proprio lì: la rapida sedimentazione causata dal rift ha intrappolato ossa e reperti per milioni di anni.

Tuttavia, non è solo il corno d’Africa a tremare. A migliaia di chilometri di distanza, sotto le sorgenti calde e i geyser dello Zambia, si sta forse preparando un’altra frattura, meno appariscente ma potenzialmente rivoluzionaria. I ricercatori dell’Università di Oxford hanno analizzato i gas che emergono nella Kafue Rift, scoprendo qualcosa di anomalo. L’elio e l’anidride carbonica che salgono in superficie non corrispondono alla composizione chimica tipica della crosta o dell’atmosfera; contengono invece isotopi di elio-3 con un rapporto sorprendentemente simile a quello del mantello terrestre, quello che bolle decine di chilometri più in profondità.

Si tratta di una prova inequivocabile: le faglie attive dello Zambia sono riuscite a trapanare la crosta, mettendo in comunicazione diretta il sottosuolo superficiale con gli strati inferiori del pianeta. Non c’è attività vulcanica, né terremoti evidenti in superficie, ma quel gas parlante suggerisce che sotto l’Africa centrale potrebbe esistere un confine tettonico ancora immaturo. Se la Rift Valley dell’Est è il fronte caldo e già visibile di questo smembramento, la Kafue Rift rappresenterebbe la fase embrionale, un laboratorio naturale dove osservare come nasce un oceano prima ancora che l’acqua del mare vi si riversi dentro.

La geografia del futuro nasce dal sottosuolo

Il meccanismo di “necking” osservato in Turkana spiega perché la separazione sia più veloce del previsto. Quando si tira una caramella gommosa dalle due estremità, la parte centrale si assottiglia fino a diventare quasi trasparente prima di spezzarsi; allo stesso modo, la crosta nel ramo orientale della Great Rift Valley si sta riducendo, e quella strozzatura accelera il processo di allontanamento tra la placca somala – quella che presto diventerà una microplacca a sé stante – e la nubiana. Non si tratta di un evento improvviso: il processo è iniziato circa 45 milioni di anni fa, ma i dati dimostrano che la fase cruciale di assottigliamento è partita circa quattro milioni di anni fa, un battito di ciglia all’orologio geologico.

In Zambia, invece, lo scenario è diverso. I ricercatori hanno prelevato campioni da sei pozzi all’interno della zona sospetta del rift, comparandoli con due prelievi effettuati fuori dall’area di frattura. Il risultato è netto: solo dove la crosta è lacerata si registra la firma del mantello. Alcuni studiosi ipotizzano che questa faglia, lunga circa 2.500 chilometri e che attraversa il continente dalla Tanzania alla Namibia, possa costituire un’alternativa o un complemento al più noto sistema dell’Africa orientale. La resistenza della crosta in quella regione, infatti, sembra più bassa: le antiche cicatrici geologiche e le strutture di basamento favoriscono l’apertura delle fratture, offrendo un percorso di minore resistenza rispetto ai margini oceanici che circondano il continente.

Le prove fossili e il respiro della terra

L’area del Turkana, d’altronde, non è solo un cantiere tettonico. La sua rilevanza scientifica è raddoppiata dal fatto che gli strati rocciosi, continuamente deformati e riempiti di sedimenti, hanno preservato tracce uniche dell’evoluzione umana. Lo stesso processo di rifting che oggi assottiglia la crosta ha creato, milioni di anni fa, le condizioni ideali per seppellire e conservare scheletri. Non si tratta di un caso isolato: la geologia e la paleoantropologia, in questa regione, viaggiano sulla stessa barca, dove il movimento delle placche detta il ritmo della scoperta scientifica.

Per quanto riguarda i segnali dallo Zambia, i ricercatori mettono in guardia da facili entusiasmi. Un rift può rimanere attivo per lunghissimi periodi, rallentare o addirittura spegnersi prima di trasformarsi in un vero e proprio margine oceanico. Tuttavia, l’anomalia isotopica è talmente netta da non poter essere ignorata. Se le misurazioni verranno confermate estendendo il campionamento ad altri segmenti della stessa fascia, dal Luano e Luangwa fino all’Okavango, la mappa geologica dell’Africa subsahariana dovrà essere ridisegnata. Non si tratta, quindi, di un’opinione, ma di un’evidenza chimica: la terra respira e, sotto i piedi degli abitanti della savana, qualcosa si sta muovendo.

Meta Description: L’Africa si divide più velocemente del previsto: nel Turkana crosta a 13 km. Nuove faglie attive individuate sotto lo Zambia dal gas del mantello.

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