Hamnet - Nel nome del figlio, il dolore trasformato in arte da Chloé Zhao

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Arriva nelle sale italiane, a partire dal 5 febbraio, "Hamnet - Nel nome del figlio", l’atteso adattamento cinematografico del celebre romanzo di Maggie O’Farrell, che la regista premio Oscar Chloé Zhao consegna al pubblico con un’impronta visiva profondamente personale. Il film, che vede protagonisti Paul Mescal e Jessie Buckley – affiancati, tra gli altri, da Emily Watson e Joe Alwyn –, si presenta alla vigilia della notte degli Academy Awards con un credito di otto nomination, un dettaglio non secondario che ne attesta il riconoscimento critico a livello internazionale, dopo aver già conquistato due Golden Globe. La pellicola, infatti, è in lizza per il premio più ambito, oltre che per quelli alla regia e all’interpretazione femminile principale, posizionandosi come una delle opere più celebrate della stagione.

Il lutto privato dietro al capolavoro shakespeariano

La storia, ambientata nell’Inghilterra del tardo Cinquecento, esplora – con una sensibilità narrativa che evita il biopic convenzionale – il nucleo familiare e il dolore privato di William Shakespeare, una figura qui tratteggiata più attraverso le sue assenze e il suo lascito emotivo che non come personaggio centrale. La vicenda si concentra, in particolare, sulla perdita del giovane figlio Hamnet, un evento luttuoso la cui ombra, secondo la ricostruzione romanzata e poi cinematografica, avrebbe permeato la scrittura di "Amleto". La regia della Zhao, già acclamata per "Nomadland", elabora questo tema senza cadere in facile sentimentalismo, trasformando il dolore in una riflessione sull’arte e sulla sua capacità di dare forma, e forse riscatto, a una sofferenza altrimenti indicibile.

Una poetica visuale che cerca la catarsi

L’approccio della regista, del resto, si caratterizza per una ricerca poetica che fa della natura e degli spazi domestici un linguaggio ulteriore, quasi un coro alle performance degli attori. Paul Mescal, nel ruolo del Bardo, e Jessie Buckley, in quello della moglie Agnes, costruiscono ritratti di intensità contenuta, dove molto è affidato a silenzi e a sguardi carichi di una storia coniugale complessa, segnata dalla distanza e da un lutto condiviso ma non necessariamente vissuto allo stesso modo. Le loro interpretazioni, celebrate dai premi già ricevuti, sono il perno di un’opera che rifiuta i toni epici per scavare nelle pieghe più intime dell’esperienza umana, quella che – proprio come accade nell’arte – può trovare nella sublimazione una via per la bellezza.

Il Bardo come musa cinematografica eterna

L’uscita del film riaccende, inevitabilmente, i riflettori sulla figura di Shakespeare come musa inesauribile per il cinema, capace di ispirare non solo adattamenti fedeli delle sue opere, ma anche – come in questo caso – narrazioni laterali che indagano il mito e l’uomo dietro al mito. La programmazione in sale come il Cinema Adriano di Firenze, dove sarà proiettato per una settimana, offre al pubblico l’opportunità di immergersi in una visione che unisce il respiro della grande letteratura contemporanea alla cifra autoriale di una delle registe più originali del panorama internazionale, in un dialogo tra parola scritta e immagine che cerca, e spesso trova, una sua commovente armonia.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.