Chloé Zhao racconta "Hamnet", tra Shakespeare e il dolore che diventa arte
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La domanda su chi si celi realmente dietro il nome di William Shakespeare, un enigma che da secoli alimenta controversie accademiche e ipotesi audaci, trova ora una risposta differente e del tutto personale nel nuovo film di Chloé Zhao. La regista, premiata con l’Oscar per “Nomadland”, sceglie infatti di non addentrarsi nel terreno minato delle teorie attributive, preferendo piuttosto esplorare il lato più umano e familiare del Bardo. Lo fa attraverso la figura di Agnes Hathaway, sua moglie, ritratta come una giovane donna percepita, nella Stratford-on-Avon di fine Cinquecento, quasi come una figura selvatica e misteriosa, in profonda connessione con la natura. Il fulcro narrativo, tuttavia, ruota attorno alla perdita del figlio Hamnet, un lutto privato e straziante che, secondo la visione della Zhao, avrebbe plasmato in modo indelebile l’immaginario del drammaturgo, gettando un’ombra di dolore autentico su alcune delle sue opere più celebri.
Il percorso di un film destinato ai premi
Il film, il cui titolo completo è “Hamnet - Nel Nome del Figlio”, ha intrapreso un iter festivaliero di quelli riservati abitualmente alle pellicole con maggiori ambizioni, muovendosi da Telluride a Toronto fino alla Festa del Cinema di Roma, dove ha raccolto consensi immediati. Non stupisce, pertanto, che l’opera arrivi nelle sale cinematografiche accompagnata da alcuni riconoscimenti già ottenuti e da un bottino di otto nomination ai prossimi premi Oscar, segno di un apprezzamento della critica che va ben al di là della semplice attesa. La regista cinoamericana, nel corso delle presentazioni, ha sottolineato la sua personale visione del rapporto tra uomo e ambiente, affermando che “gli esseri umani sono parte della Natura”, un concetto che sembra permeare l’intera pellicola, dalla caratterizzazione dei personaggi alla fotografia.
Un ritratto sulla resilienza e sulla creazione artistica
La pellicola si configura come un racconto sulla capacità di resistere a una tragedia lacerante, per tentare poi una ricostruzione di sé stessi attraverso gli strumenti dell’arte e della parola. Jessie Buckley, nel ruolo di Agnes, offre una performance di rara intensità, contribuendo a creare quell’atmosfera di grazia armoniosa in cui ogni dettaglio visivo ed emotivo pare trovare una sua collocazione perfetta. Il film evita con cura qualsiasi retorica o facile sentimentalismo, scavando invece nella complessità di un dolore coniugale e genitoriale che, pur nella sua specificità storica, parla un linguaggio universale. Il lutto, quello per la morte di un figlio, viene trattato con un rispetto che esclude la spettacolarizzazione, concentrandosi sulle sue ripercussioni interiori e sulla lunga ombra che proietta sulla vita quotidiana.
Tra storia privata e mito letterario
Ciò che emerge con forza è il ritratto di una maternità ferita e di un amore coniugale messo a prova, elementi che la regista intreccia con la genesi dell’opera shakespeariana. La vicenda, senza voler stabilire nessi deterministici, suggerisce come l’esperienza del vuoto e della memoria possa tradursi in potenza creativa, offrendo una chiave di lettura intima e commovente del fenomeno Shakespeare. La Zhao, con magistrale sensibilità, ambienta questa storia di dolore e resilienza in un contesto naturale che non è mai semplice sfondo, ma piuttosto un personaggio attivo, specchio e amplificatore degli stati d’animo. Il risultato finale, come sottolineato da diverse recensioni, è un’opera in cui si rintraccia una rara perfezione formale ed emotiva, una sorta di miracolo cinematografico che affonda le sue radici nella rappresentazione autentica e non banale della sofferenza e della sua possibile, faticosa, sublimazione.




