Hamnet divide il mondo del cinema tra gli elogi di Cameron e i dubbi di Ian Mckellen
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un film, in questa corsa agli Oscar 2026 che volge ormai al termine con la cerimonia di metà marzo ormai alle porte, che sta riuscendo in un’impresa piuttosto rara: quella di mettere d’accordo – nel bene e nel male – alcuni dei mostri sacri della settima arte. Hamnet - Nel nome del figlio, la nuova fatica della regista Chloé Zhao, già premiata con l’Oscar per Nomadland, è un’opera che si spinge laddove la storia ufficiale non può arrivare, immaginando cioè il dolore privato di William Shakespeare, o meglio di sua moglie Agnes (Anne Hathaway, nella realtà), e il modo in cui la morte del piccolo Hamnet, il figlio undicenne, possa aver germinato il capolavoro dell’Amleto. È un azzardo narrativo, questo, che ha conquistato otto candidature alla prestigiosa statuetta, tra cui quelle per il miglior film, la miglior regia e la miglior attrice protagonista per Jessie Buckley, la cui interpretazione viene definita da più parti come il cuore pulsante dell’intera pellicola -4.
Il fronte dei fan, va detto, annovera firme di tutto rispetto. James Cameron, il regista di Avatar, nel corso di una conversazione pubblica al teatro Aero di Santa Monica con la stessa Zhao, non ha lesinato complimenti, rivelando di aver visto il film due volte e di aver pianto in entrambe le occasioni, e più di una volta per ciascuna visione -2. Un’emozione, quella provata dal regista canadese, che lo ha portato a definire l’empatia della regista cinese come il suo vero “superpotere”, un dono raro in una macchina industriale come Hollywood. Non è il solo, tra i grandi, a essersi scoperto fragile di fronte alle immagini di Zhao: prima di lui, Terrence Malick aveva definito l’opera “magnifica” in una lettera privata, e persino Bong Joon Ho aveva dichiarato che il film lo aveva in qualche modo “guarito” -2. Un coro di voci, insomma, che sembra non conoscere crepe, e che dipinge Hamnet come un’opera capace di toccare le corde più universali e profonde dell’animo umano, quella del lutto e della sua elaborazione attraverso l’arte.
Eppure, come in ogni narrazione che si rispetti, esiste sempre un contraltare, una voce fuori dal coro che solleva dubbi e perplessità. E quando quella voce è quella di Ian McKellen, l’attore che di Shakespeare ha fatto la sua ragione di vita artistica, calcando i palcoscenici di tutto il mondo nei panni di Riccardo III, Macbeth, Re Lear e, naturalmente, Amleto stesso, la critica assume un peso specifico non indifferente -5. Sir Ian, che ha recentemente compiuto 86 anni, non ha usato mezzi termini in un’intervista recente, dichiarando di non comprendere appieno il film e, quel che più conta, di non essere particolarmente interessato a scandagliare le origini domestiche dell’immaginazione del Bardo. «Non mi interessa molto cercare di capire da dove venisse l’immaginazione di Shakespeare», ha spiegato l’attore, «ma certamente non veniva solo dalla vita familiare» -1.
Il punto sollevato da McKellen non è tanto una questione di gusti personali, quanto una critica alla verosimiglianza storica e, forse, alla stessa lettura riduttiva del genio shakespeariano che il film di Chloe Zhao proporrebbe. L’attore britannico ha puntato il dito contro quella che definisce una serie di “dubbi di probabilità” nella sceneggiatura. Uno su tutti: l’idea che Agnes, la moglie rimasta a Stratford-upon-Avon a crescere i figli mentre il marito cerca fortuna a Londra, non abbia mai assistito a una rappresentazione teatrale. «È improbabile», ha tagliato corto McKellen, «considerando cosa faceva suo marito per vivere. E lei non sembra sapere cosa sia un’opera!», ha aggiunto, sottolineando come questa rappresentazione della figura femminile appaia poco credibile -5. Un’osservazione, la sua, che va a colpire il cuore della costruzione narrativa del film, quella distanza incolmabile tra la vita domestica e il mondo del teatro che la pellicola prova a esplorare.
Del resto, McKellen non ha potuto esimersi dal paragonare il successo di critica e di pubblico di Hamnet a quello di un altro film che, a suo tempo, giocò con la biografia del drammaturgo inglese: Shakespeare in Love. «Mentre Hamnet corre verso il traguardo per quanto riguarda gli Oscar, è probabile che ripeta il successo di Shakespeare in Love, che aveva idee strane su come si mettono in scena le opere» -1. Un parallelo, il suo, che suona quasi come una profezia, ma anche come una constatazione amara di come il cinema, a volte, preferisca la licenza poetica – o la pura invenzione – alla complessità di un uomo che, per McKellen, rimane inafferrabile. Perché il punto, per l’attore, non è negare che la morte del figlio abbia potuto influenzare Shakespeare, ma ridurre il mistero della creazione artistica a una mera equazione causa-effetto, dimenticando tutto il resto: la strada, la storia, la politica, e quella materia impalpabile di cui sono fatti i sogni e il genio.




