La riforma elettorale passa alla Camera, opposizioni compatte: “Così si calpesta la democrazia”
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Redazione Interno
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La maggioranza di centrodestra, forte di una coesione che sembra reggere nonostante le fibrillazioni interne sui dettagli, ha deciso di imprimere un’accelerazione decisiva all’iter della nuova legge elettorale, nota come “Bignami bis”. Nella mattinata di ieri, la commissione Affari costituzionali della Camera ha infatti approvato l’adozione del testo proposto dall’intero schieramento di governo come base della riforma, un atto che - di fatto - rappresenta il primo vero schiaffo politico alle richieste di confronto provenienti dagli scranni opposti.
Il provvedimento, che cancella di fatto il sistema misto del Rosatellum per riportare il Paese a un proporzionale con un premio di governabilità molto elevato, ha incontrato il muro compatto di tutte le forze di opposizione: dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, passando per Avs, Italia Viva, Azione e Più Europa, nessuna ha voluto prestare il fianco all’accusa di legittimare un impianto giudicato “distorsivo della rappresentanza”.
Il meccanismo del “Bignami bis”: premi e soglie
Chi si aspettava una mediazione sostanziale sulla natura delle liste o sul meccanismo di attribuzione dei seggi è rimasto deluso. Il testo licenziato, che approderà in Aula il 26 giugno, non è una semplice modifica tecnica ma un vero e proprio stravolgimento del sistema elettorale vigente.
La proposta prevede un ritorno al proporzionale classico, dove gli elettori si troveranno di fronte a liste bloccate: niente preferenze, dunque, e nessun collegio uninominale, una scelta che - nelle intenzioni dei proponenti - dovrebbe garantire maggiore governabilità a scapito della cosiddetta “personalizzazione” del voto. La cifra più controversa della riforma, però, resta il premio di maggioranza: 70 seggi extra alla Camera e 35 al Senato, assegnati alla lista o coalizione che raggiungerà l’asticella del 42% dei consensi.
Un tetto, questo, che è stato innalzato rispetto alle prime bozze (che parlavano del 40%) e che è stato accompagnato dall’eliminazione del ballottaggio, previsto invece nella versione originale del disegno di legge.
La strategia delle opposizioni e il caso del voto estero
Di fronte a quella che considerano una “forzatura umiliante” dei tempi parlamentari, il campo largo ha scelto la linea dura. I capigruppo di opposizione in commissione hanno firmato una nota congiunta per denunciare la compressione dei termini sulla presentazione degli emendamenti, scaduti l’11 giugno, definendo la procedura una “privazione delle prerogative delle opposizioni”.
Giuseppe Conte è stato chiaro, ribadendo che l’impianto è “talmente improponibile da non poter essere migliorato da uno o due ritocchini”, mentre Elly Schlein aveva già in precedenza avvertito che non ci sono le condizioni per un dialogo con la maggioranza.
Oltre allo scontro politico sulle soglie, emergono criticità tecniche non secondarie, in particolare riguardo al voto degli italiani all’estero e alle deroghe per le minoranze linguistiche del Trentino Alto Adige, su cui la maggioranza starebbe cercando di mettere toppe in extremis per evitare il rischio di una declaratoria di incostituzionalità.
L’addio alle preferenze e il ritorno delle “liste dei nominati”
Se dal punto di vista aritmetico il premio di maggioranza favorisce chi vince, dal punto di vista qualitativo il vero nodo politico è rappresentato dalle cosiddette “liste bloccate”. Eliminando la preferenza, il potere di scelta dei candidati viene restituito integralmente ai vertici dei partiti, alimentando il rischio - come sottolineato dai senatori del Pd - di un Parlamento composto da “cooptati” privi di un reale legame con il territorio.
I sostenitori della riforma, al contrario, sostengono che questo sistema riduca la frammentazione e metta fine alle logiche del voto di scambio, garantendo alle forze politiche di costruire programmi senza il condizionamento dei “campanili”. Le opposizioni, però, ribattono che cancellare i collegi uninominali allunga la distanza tra elettore ed eletto, trasformando il voto in un semplice atto di delega in bianco.
La partita, a questo punto, si sposta in Aula, dove il governo proverà a blindare il testo mentre il centrosinistra valuta la possibilità di un “Aventino” o di battaglie ostruzionistiche per denunciare ciò che definiscono un vero e proprio “Stabilicum”, un meccanismo cioè studiato su misura per blindare l’attuale maggioranza a Palazzo Chigi.




